Abercrombie e l’antieroe


Questa era in bozza da tempo, ed era in bozza da tempo perché non riuscivo a trovare il modo migliore per parlarvi di un autore straordinario e un ciclo di storie del quale difficilmente cambierei una sola virgola. L’autore è Joe Abercrombie, osannato pure da un certo GRR Martin. Tra l’altro, mr. Abercrombie himself mi ha dato il permesso di pubblicare la bella immagine che vedete in testa, quindi non posso più esimermi.

Il modo giusto di parlarne, dicevo. Una breve introduzione e poi andiamo a dare un senso al titolo dell’articolo.

E’ fantasy, tanto per cominciare. E ringrazio Zweilawyer per avermelo fatto conoscere, perché questo è fantasy come vorrei scriverlo io. Adulto, cattivo, verosimile ma non per questo meno incline a stupire il lettore o meno denso di quei toni e quei dettagli che giustificano la definizione del genere.

The First Law è il titolo che accomuna tutti i romanzi, in particolare i tre principali che condividono protagonisti e storia: The blade itselfBefore they are hangedThe last argument of kings. Poi ci sono altri tre testi cosiddetti stand-alone ma ben piantati nel mondo introdotto dai primi tre: Best served coldThe HeroesRed Country.

Intanto lasciatemi fare un passaggio sui titoli dei primi tre, che pur essendo citazioni sono straordinariamente ben pensati – per quanto nella traduzione un po’ perdano, come suono.

  • “The blade itself”, La lama stessa. Fa riferimento al rumore della lama di una spada quando viene estratta dal fodero, che di per sé è minaccioso e sublime, quasi il simbolo stesso della violenza, dice Omero.
  • “Before they are hanged”, Prima che siano impiccati. Poco da dire, è la conclusione di un’altra citazione: “Bisogna perdonare i nemici, ma non prima che siano impiccati”. E infine il più significativo dei tre:
  • “The last argument of kings”, L’ultimo argomento dei re. Che secondo Luigi  XIV è la guerra. Questi sono titoli. No “Cronache de ‘sta minchia” o “La spada del crepuscolo del mondo di Stoc’azzohk”. Ma procediamo.

NOTA. Come al solito cercherò di non fare spoiler, perché questo è un invito alla lettura. Se dovesse scapparmi qualcosa tanto per invogliarvi un po’ di più, non me ne vogliate.

Due parole sul contesto

Proprio due. E’ un mondo che somiglia un po’ al nostro Occidente al periodo dell’ultima Crociata. Tre scenari: l’Unione (più o meno la nostra Europa), la Styria (sempre occidentaleggiante ma poli-culturale e costantemente in guerra), il Nord (più o meno barbarico) e l’Impero Gurkish, assimilabile all’Oriente islamizzato. I setting sono tipici e presi dallo stereotipo, ma come vedremo vengono elaborati in dettagli originali ed estremamente realistici. La magia, prima che me lo chiediate, esiste: esiste, sì, ma in pochi ci credono, almeno fin quando non ci sbattono contro. Nei luoghi più civilizzati viene relegata al livello di superstizione. Esiste la magia, esistono i demoni col loro mondo, esistono oggetti magici infinitamente potenti, esistono un sacco di belle cose che si scoprono via via. Esiste una mitologia, che si intreccia col reale su piani e a livelli estremamente variegati. Ma, ciò che è più importante, esistono i personaggi. E a forza di pensarci mi sono convinto che il modo migliore che ho di parlarvi di Abercrombie è analizzando una particolare categoria di personaggio.

L’antieroe

Dice Wikipedia:

L’antieroe (al femminile antieroina) è un personaggio protagonista in diverse opere narrative nei media che manca di alcune delle tradizionali qualità dell’eroe, come altruismo, idealismo, coraggio, nobiltà e forza d’animo, bontà, oppure dimostra qualità opposte.

Niente da dire. Poco più giù però l’autore dell’articolo precisa:

L’antieroe è perlopiù inteso dall’autore come oggetto della simpatia e dell’immedesimazione del pubblico, poiché, nonostante sia solitamente portatore di tratti negativi e quindi possa assumere il ruolo di personaggio negativo e/o cattivo, non è mai realmente o completamente malvagio, ma si è opposto al bene per altre ragioni, mascherando una personalità originariamente positiva.

In buona sostanza, l’antieroe è, specie col tempo, diventato il sostituto dell’eroe. Cioè un eroe più “simpatico”, meno propositi roboanti e più difettucci da gag. O al limite meno solare e più burbero. Insomma una variante sul tema ben delineato del protagonista coraggioso, altruista ed eminentemente “buono”.

E’ qui che Abercrombie si distingue. I suoi protagonisti sono verosimili all’inverosimile (in una storia fantasy) perché si comportano esattamente come farebbe un uomo qualunque nel contesto in cui sono calati. Cioè un contesto in cui la vita umana vale poco, e se vuoi vivere non puoi permetterti di ergerti a difesa dei più deboli o perseguire un astratto ideale di Giustizia (“fare l’eroe”). Un mondo in cui la guerra è una cosa orrenda e sporca e distruttiva, pure se ci sono quelli che la fanno per mestiere, e loro stessi ne sono ben consci e sono pronti a qualsiasi espediente pur di uscire vivi dalla prossima battaglia. Sono eroi, perché hanno il potere di modificare gli eventi della storia (e della Storia) ma sono anche antieroi propriamente detti, perché sono gretti e cattivi ed egoisti e “small inside”. E coloro che, nuotando in simili acque, si provano ad andare controcorrente e seguire fino in fondo qualsivoglia brandello di morale, vengono travolti.

E’ un trend iniziato, o perlomeno proposto al grande pubblico, da George RR Martin: come già detto altrove, nelle sue storie i buoni soccombono perché non sono abbastanza cattivi come richiederebbe l’arte della sopravvivenza. Da cui la fama di Martin di “scrittore bastardo”, coi lettori più che altro.

Abercrombie è ugualmente bastardo, ma con i suoi personaggi. Prende un uomo di successo, un militare dalla rosea carriera, una donna bella e desiderata o quel che volete, e li fa passare attraverso una tale sequela di calci nei denti da annichilire chiunque – da far pensare che Martin in fondo è molto più caritatevole ad ammazzarli una volta per tutte, i suoi. Li colpisce dove sono più orgogliosi, li spezza, distrugge le loro convinzioni e li sfida a ricominciare da zero, anzi da meno uno. Ed è qui che si realizza il potenziale dei protagonisti di Abercrombie: ciascuno di loro evolve (o devolve) a suo modo, e non aspettatevi di ritrovare canoni precisi.

E’ così che i personaggi forgiano gli eventi ma vengono a loro volta forgiati da essi, imparando a comportarsi di conseguenza. Tra la prima trilogia e i tre spin-off di The First Law vediamo più volte determinati personaggi passare di sponda, venire a patti con le proprie idee, trasformarsi in qualcosa di diverso. Adattarsi per sopravvivere, in ultima analisi. E, ironia della sorte, coloro che sono davvero animati da buone intenzioni finiscono solo per fare più danni o per diventare peggiori di come già sono (o entrambe le cose). Messi alle strette gli uomini sono egoisti, spesso sbagliano, quasi sempre agiscono con null’altro obiettivo che la propria sopravvivenza o, in seconda battuta, il proprio tornaconto. In un mondo spietato in cui, nonostante il tentativo di civilizzazione, la legge del più forte è ancora l’unica che davvero conta, coloro che hanno il potere lo esercitano senza ritegno e non hanno alcuna remora a schiacciare cose e persone sulla loro strada.

(Va da sé che ciò che accade, conseguenza delle azioni di questi uomini così terreni e così poco epici, raramente va nella direzione che ci si aspetterebbe in romanzi di questo genere. Ma non spoilero.)

I personaggi e il punto di vista

Avrei voluto dilungarmi ma l’ho già fatto troppo, quindi ci passerò di corsa. Andiamo dall’Inquisitore ex-militare in carriera ridotto ad uno zoppo sfigurato inutile all’azione e gonfio di rancore, che passa il suo tempo infliggendo agli altri parte del dolore che ha ricevuto (“Perché faccio questo?” non manca di chiedersi puntualmente); al giovine ufficiale perdigiorno e figlio di papà la cui alta considerazione di se stesso non tarderà ad essere presa a calci sulla mascella (in tutti i sensi); al guerriero di lungo corso che deve la sua micidiale fama (e il suo terribile soprannome) ad una maledizione che gli impedisce di ritirarsi e raggiungere la tanto agognata “vita tranquilla”. E tanti altri – ma non tanti quanto nelle opere di Martin, state tranquilli.

E ancora due parole sulla gestione dei punti di vista, estremamente rigorosa e precisa, ma che da un libro all’altro si riconduce ad una regola ferrea che è un po’ il marchio di fabbrica di Abercrombiemai riprendere lo stesso personaggio. Mi spiego: fatta eccezione per i romanzi che compongono il corpo principale di The First Law, che di fatto costituiscono un’unica grande storia, l’autore non torna mai a raccontarci i pensieri di personaggi già “visitati” in storie precedenti.

Mi spiego ancora meglio. Il personaggio A è uno dei personaggi-POV del libro 1, e assistiamo agli eventi dal suo punto di vista, magari in alternanza a quelli di B e C ma non del personaggio D che è invece secondario. Nel libro 2 il personaggio-POV diventa D, attraverso gli occhi del quale vediamo muoversi magari anche A e C. Nel libro 3 abbiamo come protagonista E, conosciuto nel libro 2, che vedrà muoversi accanto a sé anche B. Qualunque sia il libro 4, di certo non lo vedremo dal punto di vista di A, B, C, D o E. Questa regola viene seguita ovunque finora, anche nel nuovo ciclo per ragazzi di Abercrombie (Half a King e successivi).

Alcuni lettori potrebbero prendersela per una gestione del genere: ma come, mi sono affezionato al Bloody-Nine e tu me lo togli così? Non nascondo che anch’io mi sono trovato spiazzato all’inizio, per poi giungere a comprenderla come scelta: è un modo per estendere gli orizzonti della narrazione, dipingere un personaggio in un modo completamente diverso, eventualmente stravolgerlo senza pagare uno scotto troppo alto – perché la cosa avviene in maniera più asettica dal punto di vista del nuovo protagonista.

Conclusioni

Leggetelo. E’ davvero qualcosa di nuovo nel gargantuesco panorama fantasy letterario d’oggigiorno. E se potete leggetelo in inglese, perché per una serie di motivi si tratta di un autore difficile da tradurre (da Bloody-Nine al “Sanguinario Novedita” ce ne passa, ma non c’era molta alternativa).

E poi lasciatemelo dire, ma uno che può permettersi di dare alla protagonista (femminile) di un suo libro un nome come MONZCARRO MURCATTO  va solo adorato.

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