Errare è umano


[Seguito ideale di questo altro pezzo qui, che è uno dei miei preferiti. Tra l’attesa spasmodica per l’esito di questa cosa qui, la revisione di una cosa in arrivo a breve, la stesura di un’altra cosetta per fine anno, e la stesura di un’altra cosetta ancora… insomma perdonatemi se ultimamente il blog langue!]

Errare è umano, ma il Diavolo se ne frega. E ti fotte.

Io di grandi errori ne ho fatti due, e già dopo il primo mi ero ripromesso di non farne più. E invece ho fatto il secondo. Ci rimugino mentre Ted Crespella, questo pezzo di merda italo-americano dall’incisivo prepotente, mi riversa addosso il suo fottuto slang. Non ci capisco un cazzo, ma probabilmente ha finito con qualche battuta salace, a giudicare dalle risatine del pubblico. Invece di chiedergli di ripetere più lentamente, come avrei fatto un migliaio di anni fa, rispondo come so di dover rispondere: “Fuck you, Ted”. E lui ridacchia, e il pubblico applaude.

La domanda successiva, guarda un po’, è molto più comprensibile. Vuole sapere come mi trovo nel mio nuovo appartamento londinese, a Ealing Brodway. Gli rispondo nel mio inglese ciancicato ma efficace che è un posto di merda perché ci girano solo vecchiette e fattoni, e quindi mi va bene perché io adoro i posti di merda. Metà pubblico fischia, forse vengono da Ealing. ‘Sti cazzi. Tanto l’altra metà applaude. E tanto non me ne frega un cazzo.

Ted sghignazza in quel suo modo da anchor-man americano, e batte coi palmi delle mani sulla scrivania davanti a sé. Ancora mi chiedo come ho fatto a farmi convincere a venire in questo cazzo di Very, very late night show, che c’ho pure sonno e ieri non ho dormito – tanto per cambiare. Ma la risposta la so già… per lo stesso motivo per cui ho commesso il secondo grande errore della mia vita. Perché me l’ha chiesto il Diavolo, e non ho saputo dire di no.

La prossima domanda è critica, me ne accorgo dal fatto che Ted aspetta che ci sia silenzio assoluto in sala e si prende altri dieci secondi buoni a cincischiare con la tazza di caffè davanti a lui. A me ballano le ginocchia, e non riesco a fermarle.

“Possiamo parlare del tuo periodo difficile, Frank?” E lo sapevo. Ma d’altronde sto qui apposta.

“Come se questo fosse facile” ghigno. Qualcuno ride, qualcun altro ha capito che la tensione sta salendo. Con un po’ di culo questa va subito su YouTube.

“Dopo il tuo… atto disperato” fa Crespella. “Di’ pure tentato suicidio” lo interrompo io. Crespella annuisce e lancia uno sguardo alla telecamera, come a dire: ‘questo qui c’ha le palle’. Poi si appoggia allo schienale:

“Sappiamo che hai ricevuto molti attestati di sostegno. Si parla anche di un messaggio privato di Bono Vox. Ma ci vuoi raccontare la molla che è scattata in te, e chi o cosa ti ha convinto a cambiare vita?”

Non vola una mosca. Se apro bocca adesso esce un fiume in piena. Perché sai, Ted, il cosiddetto tentato suicidio doveva far saltare in aria l’intero stadio. E sarebbe andato tutto bene se il Diavolo non ci avesse messo la coda e avesse tagliato i contatti dell’ordigno. Però non te lo posso dire, perché lo stragista fallito si manda giù un po’ peggio del suicida fallito. E sai, Ted, la “molla” che mi ha fatto cambiare vita è stata una chiacchierata a quattr’occhi col Diavolo stesso. Quella in cui mi ha inculato per la seconda volta.

“Dunque, Ted” dico nel mio inglese approssimativo, “c’è stato un momento, quando ero nel mio… ritiro spirituale” e lui già mi interrompe:

“Si riferisce a quando si è autoconfinato in una capanna in riva al lago di Como” fa, rivolto al pubblico, con aria di condividere un segreto. In realtà il mio ritiro spirituale è da sempre il cesso.

Però mi ha fatto girare i coglioni, e quindi faccio per alzarmi: “Hai finito con le tue cazzate o me ne posso andare?” Essendo very very late night, mi hanno detto che posso esprimermi un po’ come cazzo mi pare. Senza freni, mi ha detto lui, te lo prometto. Che è poi uno dei motivi che mi ha spinto a farmi infinocchiare. Niente freni, niente limiti, scrivi quello che vuoi nelle canzoni, di’ ciò che vuoi nei talk-show. Sii te stesso, mi ha detto. Come rifiutare?

Ted stempera con una risata grassa delle sue, alzando una mano per trattenere me e una mano per placare il pubblico che rumoreggia:

“Sempre sanguigno il nostro Franken, ovviamente non intendevo interromperti. Prosegui, prosegui pure”. Franken, già. Nasco Franco, pianista dei Gremlins. Divento Frankie, leader dei Randagi. E infine, mi trasformo in un mostro: Franken Stein.

“Un momento, dicevo, in cui qualcuno mi ha fatto riflettere. Qualcuno che mi conosce bene”. Faccio una pausa lunga, tanto per fargli capire che se vuole farmi una domanda è il momento giusto.

“E… possiamo sapere chi è questa persona?” A-ha, scemo, caduto nella trappola:

Se mi andrà, te lo dirò. Adesso zitto e fammi finire”. C’è una certa soddisfazione a dire shut up, più che a dirlo in italiano. Crespella stavolta fa una risatina chioccia e una mezza linguaccia verso il pubblico, apparentemente ancora per niente scalfito dalla mia divina prepotenza.

“Se c’è una cosa che odio, è l’ipocrisia” dico, ed è vero. “Se ho fatto… se ho fatto quello che ho fatto è stato perché quello che vedevate ai concerti, in TV, persino in studio, non ero io. Era una maschera”. Tutto vero. “Una fottuta maschera del cazzo” aggiungo, per chiarire meglio il concetto. Il silenzio in studio è quasi avvolgente, come a trasmettermi la vicinanza emotiva di pubblico e padrone di casa. “Dovevo recuperare il mio vero me, e avevo il dubbio di non conoscerla nemmeno, questa persona. Così, quando Ranocchio è venuto a trovarmi…”

Mr Frog, scandisce con le labbra verso il pubblico il buon Crespella, coprendosi la bocca come a rivelare un segreto. Io faccio finta di niente.

“…quando è venuto Ranocchio, ci siamo seduti in riva al lago”, io sul cesso e lui sul bidè, “e senza dirci nemmeno una parola abbiamo cominciato a lavorare su un pezzo nuovo. Sentivamo che stava nascendo qualcosa di nuovo, qualcosa di onesto, la nuova Creatura: ecco perché l’abbiamo chiamata Franken Stein“. Qualcuno applaude, qualcuno fischia di approvazione, altri battono le mani a casaccio. “E, senza che ce ne accorgessimo”, finisco grattandomi la barba di tre giorni, “uscì fuori un album completo di otto canzoni. Poche, ma sincere”.

“Ah! parliamo di Rotten Cool, che proprio per caso mi ritrovo qui sulla scrivania” fa Ted, prelevando il cd da davanti a sé e mostrandolo alle telecamere. Sulla copertina c’è l’insegna di un cesso pubblico, con gli omini stilizzati maschile e femminile che fanno a botte per conquistare la tazza. Mi aggiusto il gilettino da intellettualoide tanto per farmi rassicurare dalla pressione del taschino sul petto, poi alzo un dito:

“Sarebbe Rottencool, tutto attaccato. E’ un giochino onomatopeico. Chi è italiano capisce”. Ted fa un sorrisino al pubblico della serie ma certo, lo so bene, sono italiano da parte di madre, dopo vi spiego – ma in realtà so che non ha capito un cazzo. E infatti lo stronzo, per trarsi d’impaccio, cambia discorso:

“E poi è arrivata Alexandra”.

Qui Frankie dei Randagi avrebbe sorriso e abbassato gli occhi, tanto per far vedere al pubblico che si scioglieva in pensieri dolci ma senza metterli in piazza. Franken invece fa una smorfia, si agita sul divanetto e si gratta i coglioni. Ted Crespella continua, imperterrito, le labbra strette e gli occhialini calati sul naso come se leggesse una nota in grembo:

“Se ne è parlato per diverse settimane sui tabloid… Una storia un po’ da film, questa del rocker che mette incinta la ragazza e poi si accolla il frutto della relazione senza battere ciglio. E direi che è stata una grande ispirazione anche dal punto di vista artistico, a giudicare dall’uscita dell’appendice al primo album. Due pezzi entusiasmanti e originali, Fucking groupies e Breaking the balls…” qui Ted si interrompe e placa applausi e urletti del pubblico con le mani sollevate, per poi riprendere “…che hanno costretto critici ed esperti del settore a inventarsi una nuova definizione, l’acid romance. Ti aspettavi un impatto del genere?”

Fucking groupies, cazzo. Fanculo alle ambiguità linguistiche. I pezzi usciti in italiano erano Groupies del cazzo e Che rottura de cojoni, ma ovviamente serviva la versione anglofona… E i traduttori del Diavolo hanno fatto come cazzo gli pareva. Così come con Occhi color merda, la capostipite del fottutissimo acid romance, che è diventata Organic Brown Eyes. Dedicata a quella gran puttana che si è fatta mettere incinta per poi recapitarmi alla porta un anno dopo ‘sta rompicoglioni olimpionica di tre mesi che i tabloid, per l’appunto, hanno chiamato Alexandra. Che tengo isolata nella metà ovest del mio appartamento a Ealing, insieme alla ficona baby-sitter che il  Diavolo ha fatto presentare alla mia porta il giorno dopo, quando avevo appena deciso di buttarla in un cassonetto o almeno abbandonarla davanti a un monastero (o una composizione delle due cose). Ficona che cerco di tenere alla larga in tutti i modi, perché sono sicuro che se dovessi cedere alle sue grazie aggiungerei l’ennesima empia clausola al contratto che già mi vincola ogni giorno. Perché il Bastardo mi ha fatto firmare di non tentare mai più il suicidio. Mi prudono le mani, ho la gola secca, e ancora mi aggiusto il gilet cercando coraggio e sicurezza nel taschino.

“Se me l’aspettavo? Ti dirò una cosa, Ted…” gli dico protendendomi in avanti su questo cazzo di divano troppo floscio, “io non mi aspetto più niente. Scrivo le mie stronzate, le suono insieme a Ranocchio, qualcuno ci fa la batteria, non me ne frega un cazzo. A qualcuno piace? Buon per lui, o forse peggio per lui. A me cambia poco”. Ecco, dopo uno sfogo del genere uno si aspetterebbe almeno qualche fischio, o un sopracciglio sollevato dell’anchorman. In Italia forse manderebbero la pubblicità, o forse no. Quello che ottengo invece è che mi arrivano distintamente un bel po’ di “yeah” dalle prime file, vedo teste che annuiscono e il mio anfitrione che si produce in un applausino controllato e molto inglese. Ah, gli inglesi, ha detto il Diavolo. Dovresti davvero andarci a vivere in mezzo, sai? Come saprebbero valorizzarti loro… E infatti, eccomi qui. Nuova città, nuovo Paese, nuovo nome, nuovo look… Me l’ha prospettata come un ritorno alle origini, capito? Una riscoperta dei significati profondi e della tecnica strumentale.

“Bene bene bene” fa Ted, unendo le dita sotto il mento in questo gesto che mi fa venire voglia di dargli una ginocchiata sul grugno e spaccargli tutti quegli incisivi del cazzo, “sentite un po’ come la penso”. Si rivolge al pubblico, ora. Mi agito un po’ sul cazzo di divano nel tentativo di non sprofondare. “Io penso”, prosegue lui sporgendosi verso la telecamera, “che seduto su quel divanetto c’è un musicista geniale, e un uomo con le palle. Si può dire palle? Si può…”

Non completa la frase perché lo sommerge un boato di applausi, in parte registrati in parte in diretta. C’è pure uno stacchetto  trionfale da parte del complessino della trasmissione (ottoni, basso e batteria). Ma non riesco a goderne, cazzo, non riesco a godere più di nulla da un bel pezzo. Mi sembra tutto artefatto, tutto orchestrato, tutto previsto dal Diavolo, qualsiasi cosa io faccia. Forse. Sono condannato ad avere successo, e magari lo merito pure – ah, la vanità… com’era quel film? – ma so che non è per il mio legittimo merito che mi applaudono. E non è la stessa cosa.

“E allora, scusate un momento” la voce di Ted si innalza a placare l’entusiasmo del pubblico, “scusate ma stasera è venuto a trovarci, e a trovarti” e indica me, “un personaggio straordinario di cui abbiamo già parlato, l’anima gemella – in senso musicale, ovviamente – del nostro Franken. Avrete già capito che sto parlando del fenomenale, provvidenziale, saltellante… Mister FROG!

Entra Ranocchio, stacchetto jazz, applausi. Mi fingo sorpreso e indispettito. Rettifico: mi fingo sorpreso. Il sorpresone telefonatissimo di metà puntata prevede anche una breve esibizione dal vivo, una mia piccola vittoria – “Dal vivo mai. Piuttosto non si fa la puntata. Anzi, sai che ti dico?” mi ha fatto il Diavolo l’altro giorno, il sorriso splendente sulla cravatta rosso sangue, “tu chiedi a Crespella e senti che ti dice lui. Se gli va bene, va bene anche a me”. Crespella ha detto di sì. Dopo una notte di pompini da Gloria, la baby-sitter di Alexandra, che a sua volta ha voluto un bel po’ di soldi ma va bene così, tanto che devo farci. Ha voluto pure un regolare contratto, con tanto di clausola che stabilisce il livello massimo di rapporto alla fellatio. Qui in Inghilterra so’ precisi.

Ranocchio non ha cambiato look, che poi è il suo. Forse è l’unico qui dentro che non porta maschere. Ha la sua camicia a quadri aperta sulla maglietta dei Metallica, e la Strato appesa al collo. Le luci scendono, due riflettori si piantano su lui e me, io mi alzo e mi sistemo il gilet per benino, poi mi avvicino all’asta del microfono che è magicamente apparso al centro dello studio. Parte la base, un basso lungo sottolineato dalla grancassa e niente più. E’ lì che deve inserirsi la lead guitar, con un assolo cazzutissimo che ho scritto apposta per Ranocchio in due versioni: una per il CD e una semplificata (molto) per i live.

Parte una spirale di note mozzafiato, e per poco non ingoio il microfono che stavo già rosicchiando a mezza bocca. Guardo Ranocchio alla mia sinistra: non è possibile, è partito con l’assolo da CD. Non può farlo.

Perché la dura, crudele verità è che Ranocchio è tanto caruccio, è amico mio, ma come chitarrista è una vera pippa. Una pippa al sugo. Ed ecco perché gli ho scritto la versione semplificata dell’assolo, per The Big Bastard. Me lo squadro meglio per capire se sta andando in playback, ma le mani si muovono per davvero sulla tastiera della Strato, più veloci di quanto abbiano mai fatto. E lui non alza la testa, forse perché è concentrato ma forse perché ha paura a incontrare il mio sguardo. E improvvisamente capisco.

Ma arriva il mio turno. E’ con le mascelle serrate dallo schifo che attacco, forte e chiaro:

You’re a fucking big bastard, my dear

you’re an ass-kicker and an ass-hole, my dear

you’re a mother-fucker and a lamer, my dear

but I can forgive you for this

Yes I can, you won’t believe me but I can.

Come no, ti perdono anche se sei, in una parola, il Diavolo. Ranocchio procede con le sue manine nuove di zecca in un assolo improvvisato che fino a ieri non sarebbe stato capace di fare. Lo ha fatto, dannazione, lo ha fatto. Qualcuno applaude. Maledetto, maledetto lui. Riprendo:

You took my life and my soul, my dear

you stole my voice and my friends, my dear,

ma giuro che è l’ultima cosa che mi fotti, vedrai,

and you – yes, you – brought away, my dear,

every single thing I created in my life.

But I can forgive you for this,

yes I can, you won’t believe me but I can.

Errare è umano. Perseverare è diabolico, dicono. Quello che non tutti capiscono è che dipende dall’errore. E da che tipo di contratto, esattamente, hai fatto col tuo Diavolo personale. Perché tutte le concessioni che può farmi non bastano, se so di fare parte del suo teatrino. Perché fare le cose giuste, o ciò che credi che sia giusto, a volte, non fa altro che perseverare il tuo errore e portare avanti il suo spettacolo infinito. E a volte è necessario sbagliare ancora, solo in un modo diverso. Perché mi sono rotto di fare il burattino. Come gli ho già detto l’altra sera. La faccia che ha fatto è stata arte pura… “Che dici, Frank, mi spezzi il cuore” ha masticato in una smorfia addolorata, una lacrima all’angolo dell’occhio, “non capisci che tutto questo l’ho fatto per te? Non capisci che, tra tutti gli altri, tu sei l’unico che considero quasi come…” pausa ad effetto, pomo d’adamo che palesemente rimbalza in gola, “un figlio?” Mi ha abbracciato, la schiena scossa dai singhiozzi. L’ho ammirato molto. L’ho lasciato fare.

Ranocchio, intanto, indulge in una sequenza arrembante che farebbe fare le pippe in studio a Santana. Roba che Mark Knopfler e Jimy Hendrix insieme se la sognano. E sta improvvisando, cazzo, perché di certo non gliel’ho scritta io. E allora intono, con voce raschiante, la coda.

But let me give you back something, you BB

I won’t have back my soul, right

I won’t have back my friends, and it’s OK

but I hope you won’t forget this one

I hope you won’t forget this one

I hope you won’t forget this…

Un gesto fluido, a lungo provato davanti allo specchio stanotte, e la piccola Derringer d’altri tempi emerge dal taschino del gilet. E’ uguale a quella del video che abbiamo girato mesi fa, quello in cui uccido una versione “maligna” di me stesso, quindi nessuno si preoccupa. La punto sul pubblico, me li passo uno a uno nel mirino quelli della prima fila, qualcuno urla ma è più per fare scena che altro. Rapido, la punto sulla mia sinistra:

“Colpa mia, temo. Scusami” dico a Ranocchio prima di fargli esplodere il cervello. Ma non credo che mi si senta, con tutto questo casino.

“Di te invece non me ne frega un cazzo” dico a Ted Crespella prima di sparargli nelle palle, e poi in testa. Non mi sente neanche lui, ma la faccia che ha il tempo di fare gli rimane incollata in volto. Tutto succede in pochi secondi, e ho calcolato di averne ancora quattro o cinque per rivolgermi alla telecamera:

“Adesso sistema questo, papino”.

Annunci
Comments
One Response to “Errare è umano”
  1. Chiaretta ha detto:

    O.O oddio col finale mi hai lasciato a bocca spalancata!!!
    Terribilmente crudo, scritto in maniera impeccabile, come al solito… racconto incalzante e vivo, complimentoni!!!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: