Hunger Games


Ho iniziato con qualche dubbio a leggere la trilogia di Suzanne Collins, fenomeno mondiale di vendite, già trasposto sul grande schermo e oggetto di grandi lodi e grandi critiche parimenti.

Dato che non saprei tenermelo fino alla fine, ve lo dico subito: io l’ho adorata. Passerò il resto dell’articolo a spiegarvi perché. Cercherò di evitare spoilers su fatti specifici, per quanto dovendo parlare della materia qualcosina potrebbe uscire fuori. Niente che non rivelino le quarte di copertina, comunque.

Di che si parla

Futuro distopico. Che palle, direte voi, ormai il 70% della produzione pseudo-fantascientifica parla di distopie. Sempre che esista ancora, una produzione fantascientifica vera e propria. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Mini-Wiki: dicesi DISTOPIA, semplicemente, il contrario di UTOPIA. Utopia lo sappiamo tutti, quindi andiamo avanti. (Fulgidi esempi di narrativa distopica: 1984, Il Mondo Nuovo, La Svastica sul Sole, Fahrenheit 451).

In questo particolare contesto, il continente nordamericano (sì, lo so, succede quasi tutto là, un po’ come i robot giganti che attaccano sempre e solo Tokyo) è diventato Panem, enorme area geografica suddivisa in tredici Distretti più uno dominante, Capitol City. Una vecchia guerra tra periferia e centro ha ridotto i Distretti in condizioni di sudditanza nei confronti di Capitol City, che li governa col ferro e col fuoco e li prosciuga di tutte le risorse specifiche, comprese le vite umane. Come concretizzazione più evidente del guanto di ferro e della superiorità della capitale, difatti, ogni anno vengono organizzati gli Hunger Games, grandioso reality di tipo survival al quale partecipano un ragazzo e una ragazza per ogni Distretto, sorteggiati tra quelli di età compresa tra 12 e 21 anni. I partecipanti (significativamente definiti “tributi”) vengono catapultati in uno scenario simil-naturale che viene manipolato come argilla in tempo reale dall’avanzatissima tecnologia dei Gamemakers (Strateghi) e devono ammazzarsi a vicenda finché non ne rimane uno solo, il vincitore. Costui avrà soldi e prosperità per sé e il resto della sua famiglia, ad vitam. Durante lo spettacolo, i mentori dei vari distretti (ex-tributi vincitori della propria edizione) possono inviare regali utili ai propri protetti acquistandoli mediante il denaro degli sponsor. E gli sponsor arrivano col gradimento del pubblico.

La trilogia di romanzi (Hunger Games, La Ragazza di Fuoco / Catching Fire, Il Canto della Rivolta / Mockingjay) segue le vicende di Katniss Everdeen, ragazza del distretto 12 che si ritroverà invischiata negli Hunger Games per poi diventare il simbolo della ribellione contro Capitol City.

La narrazione

La storia ci viene raccontata al presente e in prima persona da Katniss, la protagonista. Tutto avviene nei suoi occhi e nei suoi pensieri. La scelta è particolarmente efficace in questo genere di romanzo, sia perché consente una descrizione rapida e martellante dell’azione (e ce n’è tanta), sia perché dà modo di preparare i colpi di scena senza preavviso, sia perché – palesemente – ci rende partecipi dei mille dilemmi di Katniss. Approfondirò poi più avanti sui personaggi.

La prima cosa evidente è che non ci si annoia mai. La Collins dosa bene il ritmo, tra pause e accelerazioni vertiginose, ma riesce a rendere interessanti anche i momenti più lenti. E poi, nel corso della storia viene snocciolato un bel numero di sorprese, eventi inattesi, oppure attesi ma in maniera diversa, e ancora (specie nell’ultimo capitolo della trilogia) svolte previste che non si verificano.

Contesto e storia

Il background storico davanti al quale si snocciolano gli eventi di Hunger Games è tutt’altro che uno sfondo dipinto alla bell’e meglio per raccontare di quattro tizi che s’ammazzano. Le cause e gli effetti della situazione socio-politica traspirano da ogni atto, ogni parola, ogni reazione dei personaggi. In particolare la contrapposizione tra il modo di ragionare degli abitanti di Capitol City, fatui e tesi all’apparenza ma anche incredibilmente complessi, e il contegno semplice e ingenuo dei Distretti più poveri, fatalmente incentrato sui bisogni primari e la sopravvivenza, è resa con grande realismo. Il reality stesso e il modo in cui viene vissuto, oltre a essere una grande metafora/monito dell’attuale deriva verso lo show business dei valori sociali, è espressione di questa contrapposizione: da una parte rappresenta il bastone dei padroni, come simbolo della loro onnipotenza, e dall’altro è la carota della cittadinanza. Laddove c’è Panem, c’è anche Circenses (come gli stessi protagonisti osserveranno). Allo stesso modo, lo show diventa un’arma a doppio taglio: chi comanda non può usare lo strumento degli Hunger Games come più gli aggrada perché deve assecondare il bisogno di spettacolarità del pubblico. E’ il meccanismo affascinante della domanda che modifica l’offerta che a sua volta cerca di forgiare la domanda a sua immagine.

E poi, c’è una dicotomia ben tratteggiata tra ciò che lo spettacolo mostra e ciò che le persone sono o sono in grado di fare per davvero. I personaggi falliscono di continuo, anche a dispetto delle proprie velleità eroiche: la macchina promozionale li porta spesso a pensare di poter fare o essere di più di ciò che realmente riuscirebbero, e la realtà (che non è la reality) li prende spesso a calci nei denti. Katniss nell’arena è ben altra cosa da Katniss in una guerra “vera”, come lei stessa scoprirà a sue spese. Il contesto è altrettanto mortale, ma le regole cambiano.

I Personaggi

Katniss Everdeen

E bravi quelli del casting!

In una storia del genere come in molte altre, il 90% del successo è determinato dai personaggi. E’ in particolare nel disegnare la protagonista che la Collins si è superata. Katniss è tutt’altro che l’eroina a cui scivola tutto addosso, anche se spesso si trova ad essere burattino di qualcun altro, volutamente o meno. E’ una ragazza determinata, che tiene ai suoi valori più di ogni altra cosa (la famiglia, la lealtà) e si ritrova ad essere un tributo per evitare lo stesso, tremendo destino alla sorella minore. Ha buon cuore, ma è disposta a passarci sopra quando la situazione lo richiede. Ispira fiducia e lealtà lei stessa, come gli Strateghi impareranno presto (o troppo tardi) ma a poco a poco impara a sfruttare la macchina mostruosa della quale è diventata un ingranaggio, sotto i cinici insegnamenti del suo mentore Haymitch. In qualche modo viene a patti con la propria integrità, per sopravvivere e far sopravvivere i suoi cari. La sua stessa vita diventa un’enorme menzogna, i suoi (finti) sentimenti diventano il pane dei salotti buoni di Capitol City e il suo unico vincolo con la realtà “vera” è per assurdo la minaccia di morte del suo acerrimo nemico, il Presidente di Panem. Diventa per Katniss più facile recitare, perché cosa vuole il pubblico è chiaro, piuttosto che interpretare i propri reali sentimenti. Ciò nonostante mantiene il proprio fardello di umanità, che è quello che spinge gli altri a credere in lei ed è quello che spesso la distingue dagli altri tributi. Ed è anche, indubbiamente, ciò che le crea problemi più di una volta.

I due “maschi” in contrapposizione, Peeta e Gale, scompaiono un po’, al confronto. Per quanto abbiano personalità ben delineate, vengono a mio avviso un po’ azzoppati dal fatto di mettere il bene di Katniss sopra ogni altra cosa. Sono prevedibili, e in alcuni casi anche noiosi. Riservano le loro sorprese, ovviamente, ma l’intento finale è sempre uno solo.

Fatta eccezione per questi due, l’universo di Hunger Games è un bell’affresco di comprimari interessanti e ben disegnati, a cominciare ovviamente dal mentore Haymitch, unico precedente vincitore dei Giochi per il distretto Dodici, che affoga nel cinismo e nell’alcool una vita di orrori e delusioni. Menzione a parte per il Presidente Snow, disgustosa creatura raffigurata un po’ come ciò che deve diventare un uomo per rimanere a capo di Panem per decenni.

Le critiche

Una delle critiche più ricorrenti ad Hunger Games è che abbia preso più che semplice ispirazione da un altro romanzo, Battle Royale, del giapponese Koushun Takami. Non l’ho letto, quindi non posso fare paralleli approfonditi; stando a quel poco che si evince da Wiki, mi sembra tuttavia che il focus dei due romanzi sia piuttosto differente: il giapponese si concentra sulle motivazioni e l’adattamento dei vari ragazzi, approfondendoli uno dopo l’altro e concedendo il massimo risalto alla realtà dell’arena. La storia della Collins sceglie invece di studiare maggiormente il contesto, ciò che sta intorno all’arena e il teatrino sociale che ne deriva, il tutto ovviamente attraverso gli occhi della singola Katniss. Detto questo, se vogliamo è facile individuare collegamenti anche con opere molto più vecchie (prima tra tutti il film L’Implacabile, con Arnold Schwarzenegger, tratto a sua volta da un romanzo di Stephen King) per entrambi i soggetti, quindi l’esercizio mi pare poco sensato.

Al cinema

Woody Harrelson

Grande faccia di…

E’ attualmente in preparazione la riduzione del secondo romanzo della trilogia, ma per ora vorrei dire due parole sulla prima. Penso si tratti di un esempio perfetto di come andrebbe fatto un adattamento cinematografico. I tagli ci sono, ovviamente, anche di personaggi, ma non inficiano la trama. Non si inventa nulla, se mai si “raccorda” un evento con un altro per supplire alla mancanza di un episodio. Si focalizza sulle chiavi di lettura, si integra abbondantemente con le immagini (perché il medium c’è ed è diverso dalla parola scritta, sarebbe idiota non sfruttarlo al massimo) ma si rimane fedeli alla narrazione.

Stanley Tucci

Poliedrico Stanley Tucci.

Hunger Games è di per sé estremamente cinematografico, come romanzo, quindi l’unica reale difficoltà era l’adattamento del punto di vista. Nel libro è Katniss che ci parla in diretta di ciò che le accade e ciò che pensa, nel libro saggiamente si salta dal POV della protagonista alla visuale del reality, rendendo perfettamente verosimili le “pause-spiegazione” che consentono allo spettatore di capirci qualcosa. Le scene di azione sono crude e verosimili, anche quando filtrate dall’occhio di Katniss: effetto garantito da un movimento di camera molto realistico e una intelligente gestione del sonoro.

La scelta del cast poteva essere difficilmente più azzeccata. A parte i ragazzi, segnalo i volti noti: Donald Sutherland nel ruolo di un rivoltante presidente Snow, Woody Harrelson che interpreta un Haymitch leggermente più umano e meno cinico del dovuto, e un gigantesco Stanley Tucci nel ruolo del presentatore televisivo Caesar, simulatore sistematico di emozioni preconfezionate (agghiaccianti le sue risate e i suoi passaggi repentini dal serio al faceto e viceversa).

Per concludere

Da leggere. E da vedere. Anche se non vi piace il genere.

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Comments
2 Responses to “Hunger Games”
  1. Daniele Picciuti ha detto:

    Ho letto il primo libro, l’ho trovato molto bello e avvincente. Un mio amico si è letta tutta la trilogia e non fa che ripetermi: te la presto? dai, la devi leggere! E io la leggerei volentieri se avessi tempo – mannaggia alle millemila cose che seguo! – però devo ammettere che il film non mi ha fatto impazzire. Ok, i personaggi sono anche buonini – Woody Harrelson una spanna sopra a tutti – ma ho trovato la costruzione poco coinvolgente. Anche la sfilata con le tute infuocate… sul libro era molto più d’effetto. In generale, anche se sono d’accordo con te circa l’adattamento, nel senso che i tagli sono stati fatti senza eccedere, il film rimane un po’ anonimo, cosa che il libro NON è.

    • Ema ha detto:

      Sulla sfilata e in generale l’effetto “vestito di fiamma” sono d’accordo, anche io me l’ero immaginato più “breath-taking”, diciamo.
      Per il resto, non saprei che dirti… considera che l’ho visto praticamente subito dopo aver finito il libro, quindi teoricamente avrei dovuto essere critico al massimo. Mi ha catturato la tecnica di ripresa, specie in scene come la “mietitura” e l’inizio dei Giochi, di fronte alla Cornucopia. Prova forse un po’ sottotono per Jennifer Lawrence, visto che due anni dopo ha preso l’Oscar 🙂

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