Sangue vero?


Visto che, udite udite, qualcuno me l’ha sollecitato (o meglio mi hanno rotto le scatole dicendo che la recensione su anobii non era lunga una quaresima come mio solito) eccomi qua a scrivere due cazzate su una delle serie vampiresche più seguite e chiacchierate degli ultimi tempi.

No, non sto parlando di Twilight (non mi avrete mai) bensì di quella che letterariamente era conosciuta come saga del “Southern vampire”, che col tempo è diventata la serie di Sookie Stackhouse dal nome della protagonista e che infine è stata consacrata da ben cinque stagioni televisive col nome, bisogna dire geniale, di True Blood.

Vado a commentare avendo un background molto parziale: il primo romanzo della serie (Dead until dark) e le prime quattro puntate della prima stagione televisiva. Abbastanza, tuttavia, per farmi un’idea.

Panoramica

Charlaine Harris pubblica il primo libro nel 2001, ben 4 anni prima che miss Meyer sbanchi il botteghino coi suoi vampiri eterni liceali e luccicanti al sole. Vince un Anthony Award, niente di che, ma si propone con una certa originalità su un mercato ancora abbastanza vergine sul tema vampiri romantici (quello che poi, ahinoi, diventerà un genere a parte: il Paranormal Romance, e annovererà vampiri, licantropi, demoni, angeli e uomini-criceto a infestare l’innocente immaginazione dei, e soprattutto delle, teen-agers di questo primo scorcio di secolo). Ci aveva provato tempo prima miss LJ Smith, nel ’91, con The Vampire Diaries. In pochi se l’erano cagata, almeno fin quando qualcuno non la ripescò intorno al 2009 per innescare il serial TV omonimo, che va in onda tuttora e deve il suo successo praticamente solo a Ian Somerhalder. Fatto sta che la Smith da allora ha ricominciato a sfornare, ma così va il mondo. Attualmente la saga della Harris è arrivata al dodicesimo romanzo, e promette di proseguire, sebbene il progetto originale si fermasse a dieci.

L’idea

Il mondo di True Blood prende le mosse da un interessante presupposto. I vampiri non solo esistono, ma si sono rivelati agli esseri umani da qualche anno. Si dichiarano affetti da un misterioso virus che blocca l’invecchiamento, li rende più forti e veloci, vulnerabili ai raggi solari e assetati di sangue. E chiedono alla comunità umana di essere integrati, piano piano, come una sorta di minoranza etnica dai trascorsi un po’ selvaggi – ma quando uno è assetato di sangue, suvvia, è normale che qualche omicidio ci scappa. Ruolo fondamentale nell’integrazione ce l’ha il sangue sintetico inventato dai giapponesi, quello che solo nella serie tv si chiama Tru Blood, che si vende in lattine nei migliori drugstore, pub e locali notturni. Che in teoria dovrebbe aiutare i vampiri volenterosi “to mainstream”, ossia  vivere fianco a fianco con gli umani. I governi a questo punto si affrettano (chissà in Italia come sarà andata) a mettere a punto tutta una serie di leggi per tutelare gli esseri umani da una parte e i vampiri dall’altra: si scopre dopo poco, infatti, che il sangue di vampiro possiede strepitose potenzialità curative, rinvigorenti e sessualmente tonificanti, il che spinge molti esseri umani a dare la caccia ai pallidoni, dissanguarli e metter su lucrosi traffici del prezioso liquido.

In questo contesto politico-socio-culturale, la lente d’ingrandimento viene puntata sulla cittadina di Bon Temps, in Louisiana: e dove meglio di così? Louisiana significa schiavismo, razzismo latente, nostalgici del pre-Secessione e quant’altro. Il posto migliore dove osservare il tentativo di integrazione di una minoranza così particolare. Presumo che dopo l’uragano Katrina si siano aggiunti nuovi spunti di riflessione, ma non ci sono arrivato.

Pensata molto bene, a mio avviso. C’è un progetto preciso, c’è un’idea elaborata e c’è un disegno coerente e verosimile. Non è il pretesto per raccontare una storia di vampiri, è un esperimento sociologico attraverso gli occhi dei protagonisti. Ed è probabilmente il maggior punto di forza della serie.

I personaggi

Nel primo romanzo conosciamo, tramite il suo racconto in prima persona, Sookie Stackhouse.

(Sì, pronunciatelo ad alta voce, e poi ripetetelo ancora senza pensare a come è scritto. Sì, sembra proprio quello. Sarà un caso?)

Coincidenze a parte, la nostra protagonista è una cameriera telepatica afflitta da svariate pippe mentali (tele-pippe?). C’è la ormai trita e ritrita solfa del “Oh mio dio che brutta cosa essere telepatici, ho sempre la testa invasa da mille voci” etc etc che ho sempre considerato una grossissima cazzata: se in vent’anni non hai ancora imparato a conviverci, sei un po’ stupida. E in effetti la nostra Sookie non è certo una cima, anche se continua a ripetersi che tutti i suoi mali, compreso il fatto che la gente la ritenga un po’ scema, deriva dalla sua terribile disabilità (la chiama proprio così: disability). Tra le altre cose, Sookie non scopa né vede ragazzi perché non vuole rischiare di captare pensieri negativi dal partner (in effetti, nonostante insista sul fatto di essere una bella gnocca, è estremamente preoccupata che in intimità qualcuno pensi che lei ha il culo grosso).

Al di là di questo, il discorso del baccano mentale torna utile quando bisogna giustificare l’invaghimento per il vampiro Bill: a quanto pare i pensieri dei vampiri “non si sentono”, anche se poi scopriremo che ci sono delle eccezioni, e Sookie è estremamente attratta dal senso di pace mentale che prova vicino a lui. (Oltre che dal fatto che è strafighissimo, ma c’è da dire una cosa: Sookie non nasconde che, per via della sua astinenza forzata, ha sempre gli ormoni a mille e si tromberebbe un bel po’ di ragazzotti del circondario se non fosse per quel problemino).

Ma la nostra tele-cameriera non è tutta qui. Mettendo da parte le idiosincrasie forse tipiche di molte ragazze e la lacrimetta facile tipica di un certo tipo di eroina letteraria (che palle però) va detto che Sookie mette in mostra sovente un certo carattere volitivo, che la trarrà d’impaccio più d’una volta. Non è la fastidiosissima verginella inerme dei drammi medievali o di troppa parte della letteratura contemporanea, e basta questo per innalzarla sopra la media e renderla perlomeno interessante. E’ palesemente il personaggio meglio tratteggiato, dato che la narrazione si snocciola attraverso i suoi pensieri.

Bill Compton è un po’ lo stereotipo del vampiro tormentato che ha paura di cadere preda della sete di sangue (o di sesso e sangue, che a quanto pare spesso coincidono). E’ dotato di un certo senso dell’umorismo, spesso involontario e dovuto all’esasperazione per le fisime della sua amichetta umana. Viene descritto come una sorta di fichissimo gentiluomo del Sud, che in qualità di vampiro non disdegna affatto ricorrere alla violenza, anche estrema, quando lo ritiene necessario… per poi fare gli occhioni e dire “Oops, non dovevo?”. Il ritratto che emerge non rimarca a sufficienza, a mio avviso, la sua centocinquantenarietà. Che poi forse è la cosa più difficile: un vecchio in un corpo di giovane si comporterà come un vecchio o come un giovane, non essendoci gli acciacchi dell’età? E chi lo sa? Quel che è certo è che fatico a ricordarmi che dovrebbe essere uno dalle mille esperienze che ha visto cose che voi umani.

Sam è il padrone del bar dove lavora Sookie. Segretamente ma mica tanto innamorato di lei, iperprotettivo, figo pure lui perché come te sbaji, è un po’ il paradigma del vorrei-ma-non-posso, anche se la Harris tenta di giustificarlo verso la fine del romanzo con motivazioni oggettive. Potrebbe avere sviluppi interessanti.

Jason, fratello di Succhi. Il classico coglioncello molto animale e molto figo (…) che scopa a destra e a manca senza pensare alle conseguenze, e senza pensare molto in generale. Ciò nonostante, specie nella serie televisiva (almeno in queste prime battute) mi sembra il personaggio più genuino e meglio reso.

La trama

Nonostante tutto, Dead until dark si configura come un thriller. C’ è poco horror e discreta materia per il giallo classico, che si va intensificando nella seconda metà. Abbiamo degli omicidi e un assassino misterioso, con tutto il contorno dovuto alla presenza, ancora fresca, dei vampiri: sarà stato uno di loro? O un “umano” che invece li odia, considerato che le vittime amavano intrattenersi con i dentoni? E se fosse addirittura il fratello di Sookie, Jason, tanto bello e scopereccio quanto idiota? (Sarà di famiglia). Intanto che il filo giallo si dipana, scopriamo mano mano qualcosa in più sugli amici vampiri: sugli svariati stili di vita, sui “nidi”, sui fang-bangers (bellissimo termine per definire gli umani che se la fanno coi vampiri perché je piace ssssrano) e sui vampiri più cazzuti di Bill, che non si capisce bene se ci voglia poco o no. (A essere più cazzuti di lui). Fatto sta che i blandi tentativi di investigazione di Succhi, nonostante le sue capacità telepatiche, arrivano tutti a un punto morto, e lì rimarrebbero se…

Dai, cerchiamo di non spoilerare. Limitiamoci a dire che la risoluzione degli eventi arriva in maniera un po’ gratuita, anche se qualche indizio Charlaine ce lo passa sottobanco ogni tanto. Ma proprio sul finale c’è l’inaspettato colpo di originalità di chi scrive, e qui scusatemi ma una spoileratina la devo fare. Non rivelo fatti cruciali, però.

SPOILER!

Con l’approssimarsi della fine del libro, Bill va fuori città e lascia la sua amata in compagnia di un suo amico vampiro, perché possa difenderla dal misterioso assassino in caso di bisogno. (L’identità dell’amico vampiro è un tocco simpatico e bizzarro che non può che far sorridere). Ho pensato: ecco qua, si è preparata il terreno per la crisi e il conseguente ritorno dell’eroe sul cavallo bianco a salvare la damigella in pericolo. Figuriamoci.

E invece, no. Brava Charlina. Perché la nostra Succhi non solo non ha tempo per rintanarsi in un angolo ad aspettare che arrivi Billy, ma addirittura se la cava da sola e sistema  la faccenda, seppur con le dovute difficoltà. Bill tornerà solo a cosa fatte, in ospedale, tutto fiero del suo operato fuori porta (si è fatto eleggere “investigatore” della sua area, qualsiasi cosa significhi tra i vampiri), e onestamente ridicolo di fronte alla pericolosa avventura della nostra Succhi.

 

Lo stile

E’ Sookie che parla, e la Harris non se lo dimentica mai. Il lessico è semplice e a volte gergale, frasi brevi e concise ma estremo dettaglio del racconto: Sookie non trascurerà mai di farci sapere quello che indossa e perché, né lesinerà di descriverci le sue sessioni di pulizia della casa o di igiene personale. Che palle, direte voi: e lo dico anch’io e l’ho pensato mentre lo leggevo. Tutto perfettamente in linea col personaggio, d’accordo, ma penso di esprimere il pensiero generale quando dico che al lettore non gliene frega un cazzo. (Sono ben cosciente che molti potrebbero essere in disaccordo, specie riguardo all’abbigliamento che ci rivela molte cose sul modo di pensare di Sookie e blablablà. Diciamo il pensiero generale maschile). Le scene di sesso sono come tutto il resto: eccessivamente dettagliate, anche quando ripetute a breve distanza. Mi sta bene la prima, in cui Sookie esplora ‘sta cosa nuova e tutto quel che segue, ma poi santoddìo basta.

C’è sicuramente mestiere, nel modo di mostrare e di raccontare della Harris, e non si riporta mai l’odiosa impressione di amatorialità che troppo spesso in questi ultimi tempi ci turba nel leggere narrativa di un certo tipo. Ma anche di tutti i tipi.

True Blood

L’impronta del telefilm è decisamente adulta. Linguaggio e scene esplicite, taglio del racconto raffinato, tinte forti (sia metaforicamente che non). La faccia di Anna Paquin è sufficientemente carina e stolida al contempo da poter rappresentare un’ottima Succhi, quella di Stephen Moyer/Bill potrebbe anche essere azzeccata ma l’immobilità mi sembra il suo talento primario, Jason è assolutamente perfetto. La Paquin in realtà, Oscar a undici anni nel ’94 come non protagonista in Lezioni di piano, è l’unico nome più o meno noto del cast, eccettuando forse Kristin Bauer (Pam, compare del vampiro-capoccia) e Sam Trammell (che interpreta, indovinate? Sam) che sono facce abbastanza conosciute. Nella quinta serie appena andata in onda c’è una particina anche per la nostra Valentina Cervi, una delle rare attrici nostrane con un bel curriculum internazionale (ma molto meno cagna della Bellucci, per dire).

La prima stagione, improntata sul romanzo che ho appena descritto, per ora promette molto bene: come spesso accade per molte serie televisive non originali, ci sono parecchi inserti di trama pensati appositamente per rimpolpare gli episodi TV, e il punto di vista dello spettatore è stato fortunatamente allargato a tutti i personaggi (se no, ripeto, che palle). D’altro canto, alcune sequenze sono mutuate direttamente dalla parola scritta, il che è spesso cosa buona e giusta.

Mi dicono che le serie successive alla prima calano parecchio di livello. Vedremo, per ora è sicuramente un buon inizio, probabilmente la migliore tra le millemila serie vampiresche che si vedono in giro.

Curiosità

Ci dice Sookie che la pelle dei vampiri è bright, almeno ai suoi occhi di essere speciale telepatico. Chissà se avrebbe mai immaginato che appena quattro anni dopo altri sedicenti zannuti avrebbero brillato al sole!

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Comments
5 Responses to “Sangue vero?”
  1. pasric ha detto:

    Se la figura del vampiro vi affascina (come succede a noi), venite a dare un’occhiata al nostro racconto “Vampyr”, potrebbe piacervi e sarebbe interessante sentire che ne pensate! 🙂

  2. Chiara ha detto:

    Ahi ahi ahi mi hai toccato The Vampire Diaries!!! E non me lo dovevi fareeee nonono 😉
    Su Twilight concordo con te, che Dio ce ne scampi e liberi!
    I libri della Smith non li ho letti, ma il telefilm ti assicuro che è fatto molto molto bene, soprattutto la seconda stagione, ed è vero che il bel Somerhalder è un gran gnocco (scusa, ma ci vuole), però è anche molto bravo, come anche altri attori del cast. Da quel che ho capito gli sceneggiatori si sono allontanati parecchio dai libri, quindi seguono un percorso tutto loro, che a volte fa acqua da tutte le parti, ma comunque nel complesso è un buon telefilm, ricco di colpi di scena a ogni finale di puntata tanto da lasciarti a bocca aperta, anche con qualche lacrimuccia, a volte (lo confesso!).
    Ma ho divagato, sorry! Ultimamente mi stai facendo scrivere parecchio!!

    Non sapevo che True Blood fosse tratto da questo romanzo.. io ho visto la prima stagione e devo dire che l’ho gradita! Certo la Paquin e Moyer mi fanno scendere il latte alle ginocchia, ma a parte questi inconvenienti, la stagione scorre via (me la son sparata in una giornata!). Però non ho ancora iniziato la seconda, anch’io come te ho letto pareri negativi e non sono invogliata a proseguire… chissà!!

    • Ema ha detto:

      Ho seguito tutte le stagioni di Vampire Diaries (su spinta di altri) e le mie impressioni sono troppo lunghe da riferire… In generale, dopo un avvio inguardabile, dal finale di prima serie in poi è diventata una buona serie. La storia è un po’ Dragonball-style, come la chiamo io, ovvero un susseguirsi di Boss sempre più forti da sconfiggere, ma ha dalla sua un interessante sviluppo dei personaggi nonché un Damon parecchie spanne sopra a tutti gli altri. Il fatto che Vampire’s Diaries si regga su Somerhalder non era un commento negativo quanto un dato di fatto: se non ci fosse stato lui, avrebbero chiuso la serie dopo la quarta puntata. Ora ci sono altri personaggi di spessore (Klaus, ma anche Alaric e soprattutto Caroline si sono ritagliati un bello spazio) ma speriamo che la trama subisca qualche sterzata e si rinnovi un po’. E sinceramente speravo che non si sarebbe arrivati all'”evento” traumatico del finale di terza…

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