The Amazing Spiderman


Dunque, dunque. Sono riuscito in extremis, in una caaalda domenica di agosto, a vedermelo. (Taaaanto calda perché al cinema c’era l’aria condizionata rotta).

Tanti sentimenti contrastanti su questo film. Da un lato, che palle un altro reboot? Non dovremmo essere stabili ormai con la continuity Marvel cinematografica? Dall’altro, è pur sempre un nuovo film sull’Uomo Ragno e che fai, non te lo vedi? Siamo seri.

Anticipo subito che la visione ha fruttato un magma di osservazioni e contro-osservazioni che proverò a ordinare di seguito, senza la certezza di trarne delle conclusioni o anche solo qualcosa di sensato. Ma se avete la pazienza di seguirmi, come dice Alberto Angela…

Spoiler-free, per quanto posso.

Ce n’era bisogno?

Primo interrogativo. Serviva proprio un altro reboot di Spiderman? Piaciuti o meno, i film della trilogia di Sam Raimi hanno avuto il merito di riportare i supereroi al cinema in maniera trionfale, infarcendoli di attori di tutto rispetto e proponendo storie mature per grandi e picci’. Ci sono state vette e ci sono stati fondi, ma senza quel primo Spiderman del  2002 (e il successo che ne derivò) probabilmente lo stesso fumetto supereroistico non starebbe vivendo ora il periodo di salute che innegabilmente attraversa. Quindi, un parallelo con l’Uomo Ragno di Raimi/Maguire è praticamente impossibile da evitare. Mi riservo però di rimandare l’interrogativo in fin di licenza.

I presupposti

I peggiori possibili. Ufficialmente la Marvel bocciò i progetti per uno Spiderman 4 perché troppo costosi tra effetti speciali, budget del protagonista e dei villain (si parlava addirittura di un John Malkovich nei panni dell’Avvoltoio, e una parte di me ancora lo immagina così). Si decise allora di cambiare tutto e puntare su volti sconosciuti, ricominciando la storia da zero. Ora, a me normalmente i “primi film” di saghe supereroistiche annoiano sempre un po’ perché non tutti riescono a gestire efficacemente il periodo “pre-tutina”, chiamiamolo così. Avere un ulteriore riavvio della storia (che per quanto vuoi usare “versioni diverse” uscite in cinquant’anni di fumetto, di base è sempre la stessa) non prometteva proprio nulla di buono. Però c’è un bel Lizard che mai prima s’era visto sul grande schermo.

L’inizio

Cinema vuoto senza aria condizionata. Bene la prima, malissimo la seconda. Ma ci vado all’ultimo giorno utile, non ho scelta. Si inizia, e c’è un primo alito di novità: finestrella sull’infanzia di Peter Parker e lancio di esca per il filo portante della trama, con spiegazione del perché Spidey finisce in mano agli zii. Finisce la finestrella, eccheppalle: l’ennesimo Peter Parker sfigatello al liceo. Visto, già visto e già stravisto. L’approccio è quello di Ultimate Spiderman (molta scuola, molta adolescenza) anche se i personaggi in gioco sono diversi: Gwen Stacy anziché MJ Watson (così come nella serie regolare, in effetti) e il prof Connors anziché Osborn/Octavius. Fa un po’ strano vedere Peter in giro senza il suo amico Harry Osborn, così come fa strano vedere Spiderman senza Goblin in un avvio. Ma poi sarebbe diventato obiettivamente identico al precedente (e ancora: che ve l’ho chiesto io di “riavviare”??). Passiamo oltre.

Andrew Garfield convince abbastanza nonostante i troppi capelli. Il fisico è quello giusto, magro e dinoccolato, e riesce a comunicare la “figheria in potenza” propria dell’Uomo Ragno anche quando è ancora “solo” un nerd. Emma Stone è sicuramente azzeccata visivamente, anche se il fatto che una liceale sia già assistente di un capo ricercatore di una multinazionale fa storcere il naso.

Lo sviluppo

Gli autori scelgono appositamente di farci sudare l’agognata tutina rossa e blu fino alla fine del primo tempo. E per quanto la cosa normalmente mi faccia incazzare, in questo caso devo dire che è una scelta azzeccata: il focus è tutto sulla costruzione del personaggio, sui perché e i percome dell’equazione potere=responsabilità, sulle scelte di ribellione di Peter. La parte centrale è senza dubbio quella che ho preferito, perché da una parte come detto concentra l’attenzione sui fattori psicologici e dall’altra monta pezzo per pezzo i presupposti per gli sviluppi di trama successivi, con apprezzabile consequenzialità. Le prime esperienze da vigilante di Spidey sono verosimili e graduali, con l’accento sul senso di giustizia ancora “in fieri” del nostro eroe. La foto di famiglia in casa Stacy è un po’ stereotipata e l’amour fra i due piccioni si accende un po’ troppo facilmente, ma tutto sommato la storia va via gradevole. E poi, ci sono dei bellissimi lancia-ragnatele di ultima generazione.

Il finale

Buone cose e meno buone. Si ha l’impressione che accadano troppi eventi degni di nota tutti insieme (non ve li elenco per non spoilerare) e le conclusioni di Peter a fine film rispecchiano fin troppo quelle del primo Spiderman del 2002. Però il ritmo c’è e il crescendo pure, e qualcosa ricorda l’epicità di King Kong che scala l’Empire State Building 🙂 In sostanza, ci siamo sul come e un po’ meno sul cosa. Quel che è certo è che non ci si annoia, sebbene il fastidioso ostacolo del già visto sia sempre lì dietro l’angolo.

Supervillain ed effetti speciali

Lizzy funziona. L’attore Rhys Ifans ha la faccia giusta e se la cava tutto sommato bene. A differenza del fumetto, la personalità di Lizard “invade” anche quella umana del dottor Connors con frequenti “voci nella mente” rischiando di ricopiare fin troppo l’alternanza schizofrenica Osborn/Goblin del primo Spiderman di Raimi (memorabile la scena dello specchio in quel caso, ma Willem Dafoe è Willem Dafoe). La CGI del lucertolone convince, e a proposito di grafica: tutto il reparto effetti speciali è particolarmente brillante e curato in questo Amazing Spiderman. Le movenze dell’Arrampicamuri, specie in combattimento, lasciano senza fiato – e quelle contro Lizard davvero spaccano. Parlando di cose che spaccano, vediamo anche il buon Spiderman comportarsi come un vero e proprio ragno, ordire la propria ragnatela e attendere che il nemico faccia un passo falso. E chiacchierare molto durante gli scontri, cosa che è distintiva del personaggio.

Quanto siamo Ammmericani

Penso che sia la Marvel a imporre che in ogni film di Spiderman ci sia un forte richiamo all’americanità e al buon cuore della gente americana, newyorchese in questo caso. Era accaduto puntualmente nella trilogia di Raimi (i cittadini che tirano le cose addosso al Goblin nel primo, i passeggeri del treno che difendono Spidey da Doc Ock nel secondo, lui che corre sui palazzi con bandiera americana che casualmente gli sventola dietro nel terzo). Avviene pure qui, in una bella scena d’effetto che non vi anticipo. Fa sorridere, ma immagino che negli USA procuri brividi da vero patriota alle menti più ricettive.

Insomma, ce n’era bisogno?

Boh.

La verità è che ancora non saprei. Cose buone, cose meno buone, legami agganciati con alcune trame del fumetto così come  parti ri-elaborate pesantemente e altre inventate ex-novo. Personaggi buoni ma assenze pesanti. Un sequel dovrebbe per forza presentarci il Goblin, ma come affrontarlo dopo la magistrale interpretazione di Dafoe? E d’altro canto, per chi sa cos’è successo nel fumetto, sarebbe l’occasione buona per collegare l’uscita di scena di Gwen e l’entrata di MJ. Che però dal punto di vista marketing potrebbe essere una scelta sbagliata (cambiare la “bella” al secondo film di una serie non è esattamente come farlo in una serie a fumetti). Molti osannano il nuovo Peter Parker, avendo precedentemente denigrato l’interpretazione un po’ troppo emo-sfigata di Tobey Maguire. Per quanto possa essere d’accordo su questo non trascurabile particolare, io una volta tanto non oso schierarmi. La mano di Raimi si vedeva e mi piaceva, ma questo Marc Webb si è cavato d’impaccio con un certo stile.

Per finire, scazzo con SPOILER-SPOILER-SPOILER

La rivelazione anticipata a Gwen (stile Ultimate, solo che nel fumetto era Mary-Jane) e soprattutto quella sputtanata al capitano Stacy è una delle cose che più mi disturba. Voglio dire, l’identità segreta di Spiderman (e di un supereroe in generale) è sacra, non la puoi svendere a ‘sta maniera. Ci sono migliaia di numeri di fumetti a comprovare questa incontrovertibile verità. Peter fa la più grossa cazzata della sua vita quando, in Civil War, cede alle lusinghe di Tony Stark e rivela sé stesso in diretta TV (e in conseguenza di ciò perderà una delle due cose che ama di più al mondo per non perdere l’altra). La maschera è sacra, dicevo, e toglierla a un supereroe è blasfemia – dovrebbe essere fatto solo in contesti critici, non certo dopo un’ora appena di reboot e perché ti hanno catturato dei poliziotti, voglio dire. Molto meglio fece Raimi quando lo fece accadere verso la fine di Spiderman II, davanti alla genuina e innamorata incredulità di Kirsten Dunst.

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