L’ultima puntata dei Puffi


[V.M. 14 – Direi che questa che trovate sotto è proprio una fan-fiction. Così come la storia di Cappuccetto, ovviamente. Ecco, se avete un buon ricordo dei Puffi, sano solare e rilassante, e non volete guastarlo: non proseguite nella lettura. Lettore avvisato… PS: chi mi segue sa da quanto tempo sta in pentola ‘sta robba. Grossi problemi col finale. Amen.]

Gargamella il mago finì di radunare le sue cose proprio mentre l’imbrunire lasciava il posto all’oscurità. Non rivolse più di uno sguardo a ciò che restava della sua catapecchia: non era il momento per la nostalgia. Mise il sacco in spalla, prese il bastone e si incamminò verso il folto della foresta. Di fronte a lui la creatura bluastra vestita di stracci rossi procedeva strascicando i piedi: Gargamella si augurò che non gli toccasse di nuovo guardarlo negli occhi. L’aveva fatto la notte precedente, quando aveva terminato il più straordinario e riuscito incantesimo della sua vita, e gli era bastato.

Per un attimo gli sembrò di aver sentito, dietro le spalle, il lieve scalpiccio di zampette feline che l’aveva accompagnato per quasi vent’anni. Scosse la testa con violenza: anche quello era finito, gli amici di ieri erano i nemici di oggi e viceversa. Provò a sogghignare come una volta, ma non gli riuscì.

Due ore dopo, la cosa blu si fermò. Gargamella esitò, incerto se proseguire fino ad affiancarlo o rimanere dietro, al sicuro da quello sguardo. Il Grande Puffo gli risparmiò la decisione: girando la testa fino ad arrivare a fissarlo da sopra la spalla, gli disse «Ci fermiamo qui». Il mago non notò il piccolo verme che si faceva largo tra i peli sudici e sfilacciati della barba del puffo, stregato da quell’unico occhio bianco e iniettato di sangue. Si chiese per l’ennesima volta per quale motivo non avesse deciso di scomparire dalla circolazione, abbandonare tutto, costruirsi una capanna a migliaia di miglia di distanza e vivere di agricoltura.

«S-sì. Accendo un fuoco».

«No» rantolò la creatura rianimata. «Non fa freddo». E si sedette, lentamente, incrociando le gambe e reclinando il capo sul torace nudo e lacerato. Ancora una notte, prima della vendetta.

***

Immerso fino alle ginocchia nella melma putrida del fossato, l’ombra maestosa e cupa del grande castello a gravare su di lui, Gargamella osservava il Grande Puffo che muoveva sgraziatamente le dita tozze, evocando chissà quali poteri oscuri. Il mago ebbe una sgradevole illuminazione: stava guardando nientemeno che un lich in azione. Non pensava che ne avrebbe mai incrociato uno, né se l’era mai augurato. Di certo non avrebbe mai immaginato che un giorno lo avrebbe addirittura creato, un lich. Nella manica rattoppata della tunica, Gargamella girava e rigirava tra le dita la piccola sfera di cristallo color fumo che costituiva la sua assicurazione sulla vita, una volta che fosse finito tutto. Se, fosse finito tutto. Il filo dei suoi pensieri venne interrotto dalla scomparsa silenziosa di una stretta sezione di muro a ridosso delle fondamenta. Lo stregone soffocò un gemito di sorpresa: perché, si chiedeva, perché mai un essere dotato di una tale forza magica aveva sopportato le sue patetiche schermaglie per decenni? Le ricerche spasmodiche del villaggio dei funghi, le ricette alchemiche mal funzionanti, gli inseguimenti nella foresta col retino per le farfalle. Perché era un Buono, gli rispose una vocina. Non avrebbe mai fatto del male a Gargamella il mago, o a Birba il gattaccio, come non avrebbe permesso che ne venisse fatto ai suoi puffi. Rabbrividì, mentre si inoltrava nel buio del castello assieme a ciò che una volta era stato il Grande Puffo.

La sala del trono era enorme e piuttosto buia. Il passaggio segreto li aveva condotti dietro un pilastro lucente e squadrato, una decina di metri sulla sinistra del trono stesso. Gargamella sudava copiosamente, e non riusciva a sopraffare la sensazione di disgusto che gli comunicava la mano dello zombi-puffo avvinghiata al suo collo. Poi lo vide: acciambellato sul grande scranno dorato, un ginocchio sul bracciolo, la faccia annoiata, il braccio destro mollemente abbandonato sopra allo schienale. Barrion, il re-stregone.

Gargamella sentì la rabbia montare nella gola e nello stomaco, dimentico dell’aberrazione che gli stava appollaiata sulla spalla e delle tentazioni di fuga. Eccolo lì, l’uomo che aveva reso vane le sue aspirazioni di una vita. Eccolo, colui che lo aveva ridicolizzato sul suo stesso campo. L’uomo che aveva cancellato la stirpe dei Puffi. L’uomo che li aveva mangiati tutti.

Accucciata ai piedi del re russava una gigantesca tigre arancione addobbata con finimenti dorati. Gargamella digrignò i denti marci: verrà anche il tuo momento, bastardo traditore. Verso il centro della sala, penzolante sopra una pozza di sangue secco, era appesa una grossa gabbia arrugginita: all’interno sonnecchiava quello scudiero buono a nulla cavalcatore di capre, quel tale Solfamì. Lo stregone lo avrebbe volentieri lasciato lì a crepare di fame, ma tutto dipendeva da come sarebbero andate le cose nei prossimi minuti.

Estrasse il piccolo calderone dalla sacca e armeggiò freneticamente con il lucchetto per sbloccare il coperchio; di fianco a lui il Grande Puffo iniziò a salmodiare parole arcane con la sua nuova voce rantolante, agitando mani e braccia in una sorta di macabra danza. Barrion si riscosse dalle sue meditazioni per rimanere qualche attimo attonito a osservare la creatura blu putrescente che blaterava a diversi metri da lui. La tigre invece, vigliacca, si rintanò con un balzo nell’angolo più lontano della grande sala. Nel tempo che occorse a Barrion per urlare “Guardie! Prendeteli!”, Gargamella versò nel calderone già mezzo pieno il contenuto delle ampolle verdi che teneva in ciascuna mano e poi, gettati a terra i vetri vuoti, cominciò a rimestare energicamente con un grosso cucchiaio di legno. Il liquido si fece melmoso e ribollì, attraversando diverse sfumature di colore: lo stregone sapeva bene cosa sarebbe accaduto, perché era la seconda volta che eseguiva quell’incantesimo. E ultima, sperava.

Mentre quattro energumeni barbuti si lanciavano contro di loro spade alla mano, il Grande Puffo puntò le mani aperte verso il Re, senza smettere un attimo di formulare l’incantesimo. Stavolta sarebbe stato più difficile, molto più difficile. Ma il grosso del lavoro l’avrebbe fatto lui, pensò Gargamella.

Barrion cacciò un lamento strozzato e si piegò in due sul trono, tenendosi la pancia. Le guardie si fermarono a metà strada, disorientate, e questo diede a Gargamella il tempo di completare la mistura, che assunse una bella tinta color ruggine. Col re-stregone che ancora si contorceva tra gli spasmi intestinali, la cosa blu si tolse il cappuccio rosso, rivelando la calotta cranica spaccata e scampoli di cervello in bella vista. “Adesso”, ordinò. Poi accadde tutto molto, molto velocemente.

Gargamella si lanciò verso il trono col calderone sotto braccio. Le due guardie più vicine conversero su di lui e gli sbarrarono la strada. Barrion urlò “Falli a pezzi, Birba!”. La tigre ruggì e spiccò un balzo verso il suo antico padrone. Il Grande Puffo strinse i pugni. Il re-stregone urlò di dolore e cadde dal trono, rannicchiato a tenersi la pancia. Gargamella fintò goffamente la fuga per tornare a gettarsi verso il trono. Parte della pozione cadde sul pavimento. Una delle guardie vi scivolò sopra e lasciò cadere la spada. L’altra affondò con la mano armata verso Gargamella e lo colpì tra le scapole. Lo stregone cadde in ginocchio per poi rialzarsi e avanzare ancora barcollando. Birba gli atterrò di fronte e sollevò la zampa artigliata. Gargamella gli ringhiò contro. Birba esitò. Gargamella passò oltre e quando fu a poco più di un metro dal Re, gli versò addosso il contenuto del pentolone. Poi crollò sulle ginocchia, ansimante.

Sentiva il sangue che gli colava copioso lungo la schiena. Faceva male, più male di qualsiasi dolore avesse mai provato, più male di un callo calpestato. Le guardie erano diventate quattro, adesso, e incombevano su di lui le spade spianate, senza tuttavia cercare il contatto: avevano paura. Il Grande Puffo, dimenticato, aveva allargato le braccia e stava dicendo qualcosa:

«Venite a me adesso, miei piccoli Puffi…».

loro vennero.

Si fecero strada a morsi, e ad artigliate. Barrion urlava come se lo stessero squartando, ed era proprio così: venivano dalla sua pancia. Gargamella osservò con attonito distacco  le forme che brulicavano sotto le pieghe della veste regale, e la pancia rotonda che si ingrossava sempre più in una grottesca imitazione di gravidanza. Nessuno si muoveva o parlava, con l’eccezione di Barrion e del Grande Puffo. E delle cose che spingevano per uscire dal molle ventre del re.

Finalmente la carne si squarciò, e nel fiotto di sangue che ne fuoriuscì a spruzzo si intravide prima un pugnetto blu, poi un piccolo braccio livido, con tatuato sopra un cuore rosso trafitto da una freccia. Fu solo l’inizio: l’apertura venne allargata con violenza da tante altre manine, finché cinque corpicini mezzo digeriti traboccarono sul pavimento in un’impetuosa cascata di sangue. «Io odio essere mangiato da uno stregone trippone!» disse l’ultimo appena si fu rialzato in piedi, e azzannò con foga la coscia di Barrion. Quello col tatuaggio si arrampicò fino al volto urlante del re e ne strappò a morsi la guancia destra. Gli altri tre si sparpagliarono per la sala, sbavanti.

Le guardie si riscossero dall’orrore e lasciarono cadere le spade, gettandosi ventre a terra verso la porta o la finestra più vicina: due di loro furono troppo lente. Una venne azzannata alla caviglia dalla creaturina blu con i filamenti biondi in testa, che commentò con una vocetta rauca «Accipuffolina, che tenero!». L’altra guardia scivolò – di nuovo – sui resti della pozione di Gargamella e venne subito montata dagli altri due puffi, che si disposero a cavalcioni del collo e di una gamba. Poi iniziarono a rosicchiare, all’unisono. Gargamella non riusciva a staccare gli occhi dalla mostruosa fine del suo “rivale”, che non aveva più una gola per urlare.

Birba si allontanava indietreggiando, con tutta la discrezione che la sua natura felina gli consentiva. Fu quando si voltò per spiccare un balzo verso la grande porta d’ingresso che il suo vecchio padrone si accorse della manovra e raccolse tutte le forze che la rabbia gli concedeva: «Fermo, gattaccio!» gracchiò mentre barcollava verso la tigre, armato di mestolo. Birba si immobilizzò, tremante, gli occhi serrati. «Sei sempre lo stesso patetico vigliacco, eh? Anche nel corpo di una tigre!» disse ghignando il suo antico padrone. «E’ per questo che mi hai tradito, vero? Che gli hai mostrato la strada? Per avere la parte del… predatore che non sei mai stato?». Gargamella sputò con disprezzo uno scaracchio gialliccio in mezzo alle zampe della tigre tremante.

Mentre alzava il mestolo, gli giunse prepotente alle orecchie il rumore di ganasce masticanti che consumavano, qualche metro alle sue spalle, il loro ricco festino di carne. E le urla delle guardie che si spegnevano a poco a poco. Il mago sentì le gambe che gli cedevano. Lasciò cadere il mestolo e sollevò dolorosamente la gamba, finendo a cavalcioni della tigre arancione.

All’improvviso materializzarsi del peso sulla sua groppa, Birba smise di tremare e aprì gli occhi gialli. Sentì il mago stringergli la pelliccia nelle mani rugose e piegarsi fino a sussurrargli nell’orecchio qualcosa. “Miao?” fece il gatto, senza capire. “Salta ho detto, bestia della malora!”. Allora si riscosse, fu improvvisamente consapevole dei suoi recenti poderosi muscoli da tigre e prese due passi di rincorsa. Uno dei mostri blu si avvicinava da destra, rosicchiando qualcosa che doveva essere stata una tibia. Di fronte, si apriva la grande vetrata dipinta.

Birba caricò. Flesse i potenti muscoli delle zampe. Saltò con tutto lo slancio di cui era capace.

Per alcuni istanti vide la sua immagine riflessa in mezzo alle scene di battaglia dipinte sulla vetrata: era bellissimo, i riflessi dorati sulla peluria tesa, lo sforzo che gli contraeva le fauci, gli arti spiegati in volo. Ciò che accadeva intorno gli giungeva per mezzo di suoni ovattati: Solfamì che strillava dalla sua gabbia, il re che gorgogliava dalla gola e dagli squarci nello stomaco, le urla delle guardie, l’ansimare pesante di Gargamella.

Poi, lo schianto.

La vetrata esplose in mille frantumi, molti dei quali andarono a decorare per sempre il muso di Birba. Ma il gatto era felice, forse per la prima volta. Volava, e volava assieme all’unico essere che l’avesse mai, nel suo modo rozzo e ostile, amato. Quando vide dove li avrebbe condotti la possente parabola spalancò le fauci in un muto miao.

Gargamella si accorse di come sarebbe finita non appena ebbero sfondato la vetrata. Ma non gli importava: per la prima volta nella sua vita aveva un compito importante, il più importante possibile. E non era di certo la vendetta: quella era stata una scoperta triste e deludente, e a posteriori ne avrebbe fatto volentieri a meno. No, niente di così personale: doveva solo distruggere la piccola palla di vetro che conservava nelle toppe della manica destra. Il filatterio, la fonte del potere del lich. E porre fine all’orrore che lui stesso aveva cominciato.

Dall’occhio mezzo chiuso accostato alla spalla di Birba vedeva gli spuntoni metallici del muro interno avvicinarsi come al rallentatore, brillanti e inesorabili. Dovette faticare per staccare il braccio sinistro avvinghiato alla pelliccia della bestia e usarlo per rovistare all’interno della manica opposta. Solo qualche decimo di secondo, solo un altro momento… pensò, mentre la punta fredda e dorata gli attraversava il cervello. Dopotutto, forse era la sua testa a essere rallentata. Il mago e il suo gatto rimasero infilzati sul puntale più alto dell’inferriata, avvinghiati in un ultimo persistente abbraccio.

***

Il filatterio cadde dall’ampia manica del mago e rotolò nell’erba lentamente, finché la pendenza non lo fece precipitare nel fossato. La grossa biglia color fumo si depositò su un cumulo di fango ed escrementi di rospo, e lì rimase fino al mattino seguente.

Quando un rospo grasso e chiazzato lo ingoiò e per poco non rimase soffocato. Sopravvisse, tuttavia, pur se con un palese rigonfiamento nello stomaco. Sopravvisse, e visse: per anni e decadi e secoli, più di quanto qualsiasi altro rospo finanche magico sia mai vissuto. Custodendo nella pancia la chiave della fine del mondo.

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Comments
2 Responses to “L’ultima puntata dei Puffi”
  1. Luna ha detto:

    … finché durante l’equinozio d’inverno dell’anno domini 2012 non ruttò…
    😀

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