A Song of Ice and Fire


In concomitanza con l’avvio sull’etere televisivo della seconda stagione di Game of Thrones (in Italia “Il Trono di Spade”, a maggio) vorrei spendere qualche parola SPOILER-FREE sull’opera narrativa da cui il fortunato serial prende le mosse. Che ha un numero incalcolabile di adoratori, così come un pari numero di detrattori. Vi anticipo subito che io sono fra i primi, anche se non – spero – a partire da presupposti dogmatici. E quindi quello che mi prefiggo di fare nelle prossime righe è spiegarvi per quale motivo si tratta, secondo me, di una delle migliori saghe mai scritte.

In generale

A song of Ice and Fire (o come è stato sciaguratamente tradotto in Italia “Le Cronache del ghiaccio e del fuoco”, perché è fantasy e allora mettici Cronache che va sempre bene, anche se non c’è nessuno che fa la cronaca di una beneamata cippaa) è una saga composta finora da cinque libri, ciascuno dei quali è stato spezzato a metà o in tre parti dai soliti ladroni in Italia per fare il doppio dei soldib. Attualmente nella Penisola siamo arrivati al decimo volume, I guerrieri del ghiaccio,  che a sua volta è la prima delle tre parti in cui è stato diviso il quinto tomo originale A Dance With Dragons. Da impiccare per le gengive, lo so. Nel 2011 la HBO ha mandato in onda la prima stagione di Game of Thrones, riduzione televisiva del primo tomo, supervisionata direttamente dall’autore George R.R. Martin, con ottimi risultati di critica e di pubblico. Personalmente ho trovato l’adattamento ottimo, se non vi dispiacciono violenza (che c’è anche nei romanzi) e scene di sesso molto esplicito (alcune delle quali aggiunte di sana pianta per compiacere il pubblico allupato della HBO). L’ha visto con piacere pure la mia donna la quale, come saprete se mi seguite un po’, non è precisamente consumatrice di fantasy.

Due cenni sulla trama

Nei Sette Regni di Westeros si preannunciano tempi grami. Il periodo di relativa tranquillità che ha visto la Casa Baratheon sul Trono di Spade, sostenuta dalle  Case Lannister e Stark, dopo aver rovesciato la dinastia dei Targaryen, sta per finire: da una parte il Primo Cavaliere del Re è morto, e Re Robert cerca un sostituto nel suo vecchio e fedele amico Ned Stark, sovrano del Nord. Dall’altra, qualcosa di oscuro si muove oltre la Barriera, la ciclopica muraglia presidiata dai Guardiani della Notte, che separa il mondo civilizzato dalle terre selvagge e ghiacciate abitate dai Bruti e da qualcosa di molto peggiore. Tanto per complicare le cose, gli ultimi eredi dei Targaryen cercano alleati nelle terre orientali di Essos per il ritorno sul trono che considerano loro di diritto. L’Inverno, che a Westeros dura decenni, sta arrivando.

I Detrattori

Molti detrattori, dicevo. Provo a riassumere i principali argomenti.

  1. Ci sono troppi personaggi, non ci capisco niente! Vero. Leggete lentamente, da sinistra verso destra. Possibilmente nell’ordine giusto dei romanzi. (Non scherzo, io quest’ultima cosa all’inizio l’ho sbagliata).
  2. Martin mi ammazza sempre i miei personaggi preferiti, è un sadico ciccione! Abbastanza vero, anche se dato il numero di personaggi, se andate a contare i “protagonisti” rimasti in vita dal primo libro all’ultimo uscito non sono affatto pochi (più delle dita di una mano). Su questo punto mi riservo di tornare più tardi.
  3. Non si sa quando finirà, la sta tirando avanti solo per far soldi. E’ un disonesto! E’ uno scrittore di mestiere e fa i soldi con quello. Mentre fa i soldi mi fa anche godere come un riccio ogni volta che leggo le sue cose. Quindi… avanti così, Giorgione! Continua a incularci a sangue che tanto a noi piace! (Aggiungo che adesso che ci sono di mezzo anche i diritti televisivi è probabile che la “storiellina” finirà solo con la morte dell’autore, e speriamo che abbia messo nel testamento il capitolo finale se no rimaniamo inculati sul serio).
  4. Martin è un ciccione! Anche Babbo Natale. Si somigliano molto, in effetti. Possiamo odiarlo tutto l’anno, ma quando arriva con le renne diventiamo tutti bambini assetati di regali.

Perché leggerlo

Dopo la replica semiseria agli avversatori del buon Giorgione, veniamo al dunque. Perché, dicevamo, dovreste volervi imbarcare in questa impresa titanica se siete sopravvissuti tutto sommato bene fino ad orac ?

Esaurisco in due righe le cose più ovvie: è una bella storia originale, scritta con stile asciutto e deciso, gli eventi narrati e le relazioni causa-effetto sono estremamente verosimili e l’elemento soprannaturale, pur essendo presente, non disturba né sconvolge il realismo. E tuttavia botte, sangue, intrighi, spade infuocate (!) non-morti e draghi: gli elementi che ci fanno amare il genere ci sono.

Ma in più. Mi riallaccio all’argomento detrattivo numero 2: l’autore ammazza spesso i personaggi preferiti “so far” dei lettori, e tra l’altro sembra che i più bastardi abbiano vita più lunga. Non c’è assicurazione che qualcuno sopravviva “perché è andato avanti per tre libri, caspita, non è possibile che muoia”. Molti si sentono traditi o presi in giro: ma come, mi hai fatto appassionare a Pinco Pallo, che tra l’altro era uno dei pochi coi quali potersi identificare se non hai il cuore nero come l’inferno, e ora me lo ammazzi così? E’ vero, anche se l’effetto traumatico è peggiore da noi per il fatto che i volumi sono di più e passa più tempo tra un’uscita e l’altra.

Due considerazioni principali. La prima: il fatto che i puri di cuore durino poco, nel mondo di Westeros, è un fatale eccesso di realismo dell’autore. Pensate ad un contesto simile al nostro Alto Medioevo, pensate alla legge del più forte e pensate allo scarsissimo valore dato alla vita umana. E’ più che naturale che coloro che peccano di eccessiva fiducia nel prossimo, e che non siano disposti a giocare sporco per la sopravvivenza, abbiano vita dura. E Martin ce lo sbatte in faccia fin dall’inizio.

La seconda è il colpo di genio, ciò che davvero distingue “A Song of Ice and Fire” da tutto il resto. E cioè, il principio per cui nulla è prevedibile. E’ impossibile incasellare eventi o personaggi nell’opera di Martin. Scordatevi i soliti schemi di storia alla Daitarn III (esposizione, sviluppo, crisi, attacco solare, tutti a casa a festeggiare). Scordatevi le figure canoniche: non c’è il Buono, l’Aiutante, il Cattivoebbasta, la Figa Buona e la Figa Cattiva (termini tecnici). Se Pinco è stato uno dei protagonisti finora, non significa che non possa morire domani solo perché il lettore non se l’aspetta. I personaggi evolvono per adattarsi e sopravvivere, vengono forgiati dagli eventi che li colpiscono, alcuni rimangono sul campo e altri cambiano. In bene o in male, se vogliamo riferirci alla nostra morale comune: Topolino, campione di pietà fino al terzo tomo, potrebbe diventare uno spietato giustiziere senza più principi dopo la morte violenta della sua amata Minnie e l’impiccagione di Tip e Tap; Macchia Nera, viceversa, dopo svariate migliaia di pagine trascorse a trarre piacere dalla sofferenza altrui, potrebbe perdere un braccio in circostanze estreme e iniziare a riflettere sulla sua vita, scoprendo magari il concetto di onore.

E il principio di imprevedibilità non si applica solo alla, chiamiamola così, curva di vitalità dei personaggi. Perché una linea di trama può essere sconvolta da un momento all’altro da altre linee che finora sono rimaste in secondo piano – magari togliendo di mezzo, nel passaggio, un personaggio cardine.

L’opera di Martin è un gigantesco affresco in continua evoluzione visto con gli occhi di chi vi viene raffigurato. (Ecco perché non sono “cronache” in senso proprio, tra l’altro). In un mondo costituito da Sette Regni (solo a Occidente) e un numero incalcolabile di dinastie e personaggi con interessi in gioco, non è pensabile che la Città X o la famiglia Y o il regno Z si mettano in pausa solo perché nel frattempo stiamo seguendo la stirpe A nella Città B del Regno C. In maniera molto emblematica, gli eventi dell’ultimo tomo “A Dance with Dragons” sono paralleli e non successivi a quelli del penultimo, anche se sembra che li completeranno nell’ultima parte (non ci sono ancora arrivato). I personaggi seguiti, però, sono altri. Punti di vista differenti, o eventi diversi ma cronologicamente contemporanei a quelli già narrati.

Ambizioso? Caspita, se lo è. Ma finora, almeno a mio avviso, funziona benissimo. Ovviamente niente di tutto ciò potrebbe reggere per più di mezzo volume se non ci fosse alla base l’abilità di Martin di raccontare storie interessanti in maniera interessante. In pochi sarebbero capaci di ottenere fiducia dai propri lettori dicendo: “Per un po’ non sentirete più parlare di Paperino, rimasto alle prese con gli Estranei e i Bruti oltre la Barriera. Vi racconto invece di Gambadilegno nelle città degli schiavisti, che ancora non conoscete ma sono sicuro vi piacerà”. E noi diciamo di sì, perché ormai ci fidiamo e sappiamo che ci piacerà pure Gamba, e prima o poi Gamba e Paperino si incontreranno, e saranno scintille.

(Oppure passiamo alle schiere dei detrattori e cominciamo a dire che Martin è un ciccione sadico mangiasoldi).

Concludendo

Ve le ho messe un po’ tutte sul piatto. Magari per molti quelli che io ho elencato come punti di forza peculiari sono in realtà dei buoni motivi per non cominciare la scalata. Per me lo sono stati per continuarla, dopo che avevo cominciato a leggere dal libro sbagliato capendoci poco, e quel poco mi aveva entusiasmato. Se non sarà così anche per voi,  nulla vi impedirà di  bruciare tra le fiamme dell’inferno in secula seculorum.

Ordine di lettura dei romanzi in italiano.


Note

 a. In effetti, in quasi nessuna storia di genere che abbia “Cronache” nel titolo c’è qualcuno che si prenda la briga di rispettare la forma di una cronaca. Tutta colpa di CS Lewis? Io, sarò stupido, se non ne sapessi nulla e mi ritrovassi di fronte a un manoscritto di “cronache” penserei a un tizio che ci racconta gli eventi che costituiscono quelle cronache. Ancor più stupido, penserei addirittura a un tizio che lo fa per lavoro: un giornalista, ai giorni nostri, ma anche un aedo o un trovatore volendo parlare di altri contesti. Uno storico. Un cronista…? So’ scemo io, eh… non ci fate caso.

b. “Ma noo, è per rendere tutto più leggibile! Come fareste a reggere in mano quei libroni grossi e polverosi altrimenti? Lo facciamo per Voi!”.

c. Se siete appassionati lettori delle CRONACHE (vedi nota “a”) della Troisi, forse non siete sopravvissuti tanto bene. A pensarci meglio, leggere Martin potrebbe risultarvi letale. OK, lasciate perdere.

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Comments
4 Responses to “A Song of Ice and Fire”
  1. Luna ha detto:

    Mnh… se non ti hanno pagato per scrivere questo post e, visto il successo dell’autore in questione, è certo che nessuno lo abbia fatto… direi che, appena entro in una libreria italiana, comprerò il primo volume 😉
    Visto che hai fatto trenta, fai anche trentuno e dimmi come si chiama il primo volume della saga, così non devo ripetere il tuo errore! 🙂

    ps c’è una cosa però su cui vorrei un confronto… potenzialmente qualsiasi storia potrebbe andare avanti fino alla morte dello scrittore, in particolare se c’è un numero sufficiente di personaggi e ambientazioni che la rendano varia e interessante… come vanno avanti serie televisive, telenovelas, ma anche romanzi di altri autori basati sullo sviluppo di una stessa storia e sugli stessi personaggi…
    Naturalmente non voglio confrontare queste tre cose o diversi autori tra loro, ma mi sembra una forma di dipendenza. Prima un libro era completo in se stesso, ti segnava la vita anche in duecento pagine e finiva… perché finiva? Perché l’autore stava raccontando una storia, aveva un’idea, a volte un messaggio e sentiva che la sua storia “stava” in quelle pagine e il resto era compito del lettore. Ci sono tanti libri che ho letto più volte solo per rivivere quella storia, per riascoltare di nuovo la voce di quei personaggi, ma la soluzione è far diventare la storia “infinita”?
    Per favore non mangiarmi viva 🙂

    • Ema ha detto:

      Certo che no, è solo una delle possibili forme. La serialità può andar bene anche in narrativa, se funziona ed è realizzata con capacità (se è fatta male, senza sapere dove vai e perché, non funziona nemmeno in TV). Senza nulla togliere alla bellezza di un racconto breve o di un romanzo autoconclusivo.
      Ogni forma ha le sue difficoltà, indubbiamente. In quelle brevi è più difficile “creare dipendenza”, in quelle più lunghe è fin troppo facile perdere la magia iniziale (se mai c’è stata). Io sono il primo a preferire le “cose brevi”, e non solo quando le scrivo io: oggi tutti quelli che iniziano a scrivere, specie nel genere fantasy, si sentono male se non prevedono almeno 18 volumi tra saga principale e spin-off. Cosa che, a mio parere, richiede un’esperienza e una capacità difficilmente alla portata di un “newbie”. Però non disdegno una serialità di qualità, per ovvi motivi.

      Per l’ordine di lettura italiano, ho aggiornato il post con un link alla sezione della pagina wiki che ne parla nel dettaglio.

      PS. Ma CERTO che mi pagano. Come sai una mia sola parola su questo blog può smuovere milioni e milioni di potenziali (e)lettori.

  2. Francesco Roghi ha detto:

    Davvero un bel post, bravo 😀 Concordo su tutto o quasi 🙂

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