La musica del Diavolo


[Veloce veloce scritto in pochissimo tempo, tanto volgare e piuttosto nichilista, probabilmente molto confuso come nella mia migliore tradizione. Chi capisce tutto vince un premio da definire. Vedete un po’ voi…]

Applausi, urla, delirio. Flash.

“Questo…” sussurro nel microfono, poi respiro. Il boato si attenua ma rimane in sottofondo quel brusio di lamenti orgiastici femminili. “Questo pezzo, questo pezzo l’ho scritto in un momento…” pausa. Sospiro, abbasso gli occhi, mi allontano un attimo dall’asta. Le ragazzine assatanate capiscono e salgono di nuovo le urla stridule. Nel frattempo sento le chiazze sotto le ascelle che si allargano a dismisura, anche se il tessuto magico della maglietta non le tradirà mai. “…In un momento un po’ particolare” mi fermo, perché loro mi sommergono in un caldo applauso consolatorio. Omaggio alla mia grande sensibilità di uomo e non solo di star. Quando il casino accenna a scemare, finalmente completo la frase “…un po’ particolare della mia vita”. Qualcuna in prima fila piange, mi starà immaginando da solo in casa per mesi a piangere e scrivere parole bellissime al pianoforte, dopo che Lei mi ha mollato.

“Dunque, che può fare rima con coccodrillo?” mi chiedo seduto sul cesso, durante la mia evacuazione mattutina. Nel frattempo piazzo uno sforzino con una certa soddisfazione, sia fisiologica che professionale: Tu mi disintegri, il pezzo di lancio del nuovo album, è quasi pronto. E l’ho scritto praticamente tutto nell’arco di una sola seduta. “Ci sarebbe morbillo” mi dice via Skype Ranocchio, chitarrista nonché aiuto-paroliere dei Randagi, la mia band. “Però con tutta la buona volontà come ce lo infili il morbillo?” conclude. “A parte che volendo si fa” ribatto io, “è proprio la parola che non mi ispira. Armadillo?” “Come no, coccodrillo armadillo e poi chi arriva? l’orangutàn? Se stanno a lascia’ o a fa’ il safari ‘sti due?”. Ridacchio, il che mi aiuta a sganciare il pezzo da novanta e al contempo elevare lo spirito: “Ridillo!” sparo, con la voce ancora strozzata per lo sforzo. “Come?” “Hai divorato il mio cuore come un coccodrillo / ma le lacrime le piangevi tu come se ti facesse male / Prova a dirmelo adesso, coraggio, ridillo / che lo sapevi fin da quando mi scegliesti in quel locale”. “Genio!”. Strappo la carta igienica.

“Il pezzo si chiama, Tu mi disintegri“. Lo dico con la mano sul cuore, come se ancora dovessi tenerne insieme i pezzi, e la testa affondata nel petto. Esplosione assordante del pubblico e parte la batteria. Ranocchio, che per fans e media è il taciturno Frog, si lancia nel suo numero zompettante e le luci sono per lui: mi rilasso un attimo.

“Non sei male, Frankie” aveva detto il Diavolo stringendomi la mano. Risposi per educazione “Io sono Franco. Lei è…?”. Mi adescò al Dirty Sounds, il locale dove suonavo regolarmente coi Gremlins, la mia vecchia band. Aveva le basette lunghe, era stempiato e portava una cravatta rosso-sangue. Non so perché, il diavolo me l’ero sempre immaginato così. Ma non capii ugualmente. “Sono il tuo nuovo agente. Sempre che tu voglia diventare ricco, famoso e pieno di figa”. Sorrisi, pensando a uno scherzo. “E piantarla di sprecarti in mezzo a questi sfigati” accennò con la testa al palco o al pubblico, o forse a entrambi. “Anche ora non me la cavo male” sorrido. “Dicono che sia uno dei migliori…” “…pianisti jazz dell’underground romano, sì. Ora se vuoi successo, denaro e figa ecco qua” e mi ficcò il biglietto da visita nel taschino del camicione a quadri.

Mi siedo al piano e sento distintamente una tizia abbarbicata sulle transenne che urla “Ti amo Frankieeeeeeee!”. Quella come minimo domani butta le tonsille, per aver sovrastato le casse e ventimila altri forsennati urlanti. Stringo le mani sul microfono, strizzando gli occhi: “E quando mi fottevi e mi stringevi tra le gambe / ti nutrivi del mio amore e lo cambiavi in qualcos’altro / e mi accorgevo che partiva dritto e usciva storto /perché tutto ciò che tocchi resta inevitabilmen-te spoooooooooooo” respirone, poi mi fermo e lascio finire loro in un boato disumano: –RCO!

“C’è Annarita che ha una domanda per Frankie” fa Maria Bonch. Odio il suo fottuto talk-show pseudo-intellettuale dove passano per arte tutta la merda commerciale che vomita la fogna televisiva, compresa la mia, ma il Diavolo ha insistito tanto. Si alza Annarita, che volendo è pure carina anche se ha il culo un po’ grosso. Diventa paonazza ora che comincia a parlare, un tempo l’avrei adorata. “Volevo sapere se il coccodrillo esiste davvero. O è esistito”. “Aaah” fa la Bonch, “domandona personale per il nostro Frankie, vediamo un po’”. Io mi incurvo un po’ sul mio trespolo, arriccio le labbra e dopo un’esitazione quasi impercettibile alzo la testa: “No, è solo un personaggio generico, un simbolo. Non corrisponde ad una figura reale”. Annarita si risiede, convinta come tante altre che la cosa mi faccia ancora troppo male per parlarne. E quindi ho mentito, per pudore verso me stesso e per non mettere la mia sofferenza in piazza. Come sono sensibile. Applauso, cazzo. “E ora sentiamo la domanda di Rupert, sempre per Frankie”. Rupert è l’opinionista frocio, e già so cosa sta per chiedermi, figuriamoci. “Frankie innanzitutto complimenti per essere l’unico autore veramente coraggioso del pop italiano”, prima la caramella, che innesca un altro breve applauso. Coraggioso ‘sta minchia. Poi la stoccata: “E senti invece una cosa che mi incuriosiva, vuoi spiegarci esattamente cos’è che partiva dritto e usciva storto?”. Fischi indignati, ma alzo una mano e tutti tacciono. Rispondo pacato: “Ma solo a quello pensi tu?” e giù risatone, subito sedate dalla Bonch che mi vede intenzionato a continuare. “No, a parte scherzi, è un simbolo anche quello. E’ la storia di come un sentimento puro diventa qualcosa di esclusivamente materiale, e trasforma un gesto bellissimo e innocente come l’atto d’amore in qualcosa che fa sentire in colpa. Come non dovrebbe essere”. Non significa un cazzo, ma intorno scoppiano urla e applausi, applausi e urla.

(Ma le risate che ci siamo fatti durante la prima prova! Non so chi avesse portato un cazzo finto in saletta, ma quel che è certo è che a quella strofa lì ci arrivavamo tutti piegati in due fino alle lacrime, ogni volta. Si fantasticava pure su una coreografia col gesto dell’ombrello da riproporre durante il tour, ma dopo un rapido conciliabolo ripiegammo di comune accordo su un moderato ammiccamento di bacino, che venne ripetuto fino alla noia per evitare di scoppiare a ridere nel bel mezzo dell’esibizione).

Mi lancio in un assolo difficilissimo alla tastiera, ma tanto nessuno lo capisce tranne, forse, Ranocchio (che infatti cicca un accordo). Al Dirty Sounds mi avrebbero fatto un’ovazione. Venti tavolini di sfigati e racchie, sì, ma sfigati e racchie competenti. Questi qui aspettano adoranti la prossima frasona strappalacrime, e gliela concedo: “Bruciano ancora sullo stupido mio cuore / le tracce dei tuoi cingoli pesanti e irriverenti / e mentre fai a pezzi quel che resta del mio amore / lo so che dalla porta ancora succhi i miei tormenti.

“No senti, tutto ma cuore/amore no!” sbotto col Diavolo, che ci ha appena portato l’ultima revisione della Casa al testo definitivo. Ranocchio inginocchiato in un angolo strimpella un legato interminabile alla sua Fender Strato, mentre Boy e George (batterista e basso) giocano a ping-pong in mezzo alle carte della pizza. “Ringrazia che ti abbiano lasciato quella cosa di succhiare i tormenti” sorride lui da sopra la cravatta rossa, mentre mastica rumorosamente il chewing-gum. Mi sento uno schifo. Quasi come quando arrivò trionfante a casa mia con in mano la prima recensione importante (ovviamente a pagamento) sui Randagi. Me la lesse appena aperta la porta, sul pianerottolo: “…i Randagi sorprendono per originalità ed estro, pur riconducendosi alla migliore tradizione del pop italico. Li si potrebbe definire emuli dei Luna Pop con un occhio alle sonorità struggenti dei Gemelli Diversi. Non è fantastico?”. Gli chiusi la porta in faccia. Poi passai metà della nottata sul cesso a cagare, finché le emorroidi non mi costrinsero a passare l’altra metà in piedi, a vomitare. Piansi, pure.

Mancano solo una ventina di battute, cinque accordi in tutto. Continuo a rantolare cazzate nel microfono: “Tu mi di-si-ntegri oooha, oooha / tu mi res-ti-tuisci alla mia polvere /che non è quella bianca che respi-ra-va-mo insieme / quando il mondo era bello e colorato”

“…e allora subito dopo mi ci devi infilare una denuncia chiara e inequivocabile: droga = brutto, ok?” “E’ implicito cazzo, non vedi che è già implicito? Lei è la donna che lo ha distrutto, l’ha disintegrato, è il Male fatto persona, è chiaro che pure la coca è una cosa brutta”. Lui punta l’indice con occhi che non ammettono repliche, e io chino il capo. Ancora. Fra un po’ lo chinerò tanto da succhiarglielo.

“ma era tutto finto e malato e il tuo colore / impallidiva sul corpo freddo del mio amo-o-re”. Ancora due accordi. Una signora scalmanata con una fascia rossa in testa ha tentato di dare la scalata al palco arrampicandosi su una cassa, è arrivata a un paio di metri dal mio sgabello prima che la acchiappassero per i piedi. Le ho rivolto un sorriso, probabilmente sarà venuta. Ora la stanno trascinando via ma non oppone resistenza, è felice. E’ per infoiare le quarantenni del suo genere che ho scritto robaccia come Ti coglierò matura o Sfonda la porta. Però adesso basta. Mancano solo tre battute.

Sto suonando con la fronte, stanotte. Vengono dei begli accordi originali, sani. Non i merdosi giri di sol con varianti ad minchiam canis che mi costringono a scrivere per i Randagi. Anche il fondo della bottiglia di Mirto suona bene, specie le ottave basse. Era  un po’ che non mi stonavo di roba come si deve. Perché secondo lui… fanculo, mi è caduto il bicchiere. Secondo lui, dicevo, i veri artisti bevono whisky o scotch o almeno roba che ti paga quando esce sui magazines che ti inciucchi solo con quella. Non è il mio alcool, non è la mia musica: stanotte invece sto bene. Fra cinque minuti andrò in bagno a vomitare roba seria, ma adesso mi godo le mie dissonanze e il mio mirto dolceamaro che sciacqua le budella, come direbbe Tex. Alzo gli occhi verso la mano destra e, sempre con la guancia schiacciata sui tasti, provo un giro blues per seste cromatiche che non faccio da almeno trecento anni, e suona benissimo pure quello…

Ventimila ugole deficienti fanno na-na-na insieme all’altrettanto idiota jingle finale di Tu mi disintegri, inseguendo la mia mano esperta sulla tastiera. La band si è fermata da un pezzo, ma io vado avanti da almeno un minuto a far morire pian pianino ‘sta canzone di merda. Boy e George si guardano ridacchiando, la prendono per una delle mie frequenti stravaganze. Ranocchio mi ha seguito per un paio di repliche e poi mi ha lasciato da solo, sarebbe un bel finale a effetto se rimanesse solo il pubblico a cantare. Non sarà così, peccato. E’ solo che non riesco a fermarmi. Rallento, vario sul tema però non smetto. Tu guarda se la paura deve fottermi proprio adesso. Alzo due occhi slavati da vitello verso i fan: in mezzo allo stadio hanno appena tirato su uno striscione gigantesco, c’è scritto “FRANKIE SEI IL NOSTRO DIO”. Come no, Dio che suona la musica del Diavolo. Fanculo. Finisco. Bombardo le ultime cinque doppie ottave: la bemolle, sol, mi bemolle, re… do.

L’innesco atomico si attiva. Dio vi fa ciao e vi porta con sé.

Annunci
Comments
14 Responses to “La musica del Diavolo”
  1. ClaudioDM ha detto:

    Mughini mode: ON
    Ema, è un bellissimo esercizio creativo, forse più un esperimento, di quelli che magari non diventano nè un genere nè uno stile, ma ispirarano, o anche possono fiorire in altre forme d’arte;
    un pezzo a teatro, un “brano” di un film sperimentale francese alla “Adrenaline”, o anche qualche cosa di più nobile come un fumetto d’autore (eheh, non tutti capiranno l’ordine del crescendo… peggio per loro! )
    Comunque, io la butto là: perchè non tentare un balzo interdisciplinare e cercare di tramutare questo lavoro in una sceneggiatura da proporre “a qualcuno” come tale…?
    Io lo consiglierei sicuramente nel programma ufficiale del Ministero “X” delle scuole “Y”, nella sezione “laboratorio”.
    Lo sforzo tecnico/creativo profuso nel brano (superiore forse anche a quello del protagonista, in bagno) si nota, ed è pienamente ripagato; la lettura è divertente, sempre capace di sorprendere nello stile e nella sceneggiatura molto più che nella storia.
    La vicenda narrata non sembra superare lo scopo “accademico” del pezzo; la storia suona più come pretesto e non affascina nè appassiona come altre tue creazioni più ispirate e “sentite” da questo punto di vista;
    tra l’altro ad un Floydiano come me la comparsa del “diavolo” ha subito evocato la copertina di “wish you were here”, non me ne volere ma almeno per me la metafora è un deja vu…
    Ma poco importa la storia, in questo caso; come detto, l’intrattenimento rimane garantito, ne avrei letto molto ancora, e penso che questi siano i passi giusti che un autore, in qualsiasi campo, deve compiere per “maturare” artisticamente.
    Ancora bravo.

  2. Alessia ha detto:

    …. avrei gradito un ruggito contro tiziano ferro… o allomeno colto l’occasione a’ balzo per… …. pero’ a parte questo piccolo dettaglio il racconto è bello: bravo SI! 🙂

  3. BarbaraV ha detto:

    Boom!
    E’ da un po’ di tempo che non ti leggo Ema, e dovrei ricordarmi di farlo più spesso!
    Tutto chiaro direi fino allo scoppio finale, un po’ di paura per quelle ultime note che risuonano nell’aria ma il successo è assicurato, come nei migliori contratti con il diavolo. La tua ironia è sempre ben equilibrata con quel pizzico di volgarità che non stona nè sbrodola nell’illeggibile.
    Davvero un bel pezzo ritmato tra il presente e un passato non troppo lontano. Il cambiamento di colore sicuramente agevola la lettura, ma si potrebbe fare la stessa cosa usando stampato e corsivo. Secondo me l’alternanza è equilibrata e comprensibilissima.
    Attento solo che ti è sfuggito un articolo qui: “No, a parte (gli) scherzi”. Sai com’è le maestrine come me sono sempre al lavoro.
    Bello!

    • BarbaraV ha detto:

      Uh, l’avatar con gli occhialetti mi si addice proprio. 😀

      • Ema ha detto:

        stavo per dire la stessa cosa, sull’avatar 😉 A parte questo, piuttosto che mettere l’articolo girerei la frase in “scherzi a parte”, se la maestrina è d’accordo…
        Il corsivo lo utilizzo sempre e solo per enfatizzare, e trovo che se usato per interi periodi renda la lettura più difficoltosa. Di artifici di stampa ce ne sono parecchi (anche al di là del cambiare colore).
        Grazie per il passaggio e per la disamina, girl, fatti viva più spesso!

  4. Luna ha detto:

    Senti spiegami un po’ come si vince il premio da definire… bisogna scoprire chi è o basta districarsi nell’alternanza dei paragrafi??? 🙂
    Più che volgare lo definirei inquietante… il buon vecchio Diavolo a caccia di vittime a cui regalare il successo in cambio dell’anima è un classico… ma almeno il protagonista ancora conserva la lucidità e consapevolezza di vivere immerso in un vuoto inganno… cosa dire della folla? Della presentatrice e vari commentatori??
    Poveri noi…

    • Ema ha detto:

      la seconda che hai detto, basta districarsi. Se vuoi “scoprire chi è” puoi anche dire qualche nome a caso, andrà bene comunque 🙂 No, se hai capito tutto agevolmente alla prima lettura, premio, altrimenti… confermi la voce maligna secondo la quale nei miei racconti non ci si capisce un cazzo 😉
      Comunque. Non è detto che il diavolo di Frankie sia proprio Il Diavolo: semplicemente, per lui è ciò che l’ha fatto uscire dal seminato, scegliere la via del successo facendo musica che non gli piace. Magari è un semplice agente di oggigiorno che sa cosa vuole il pubblico. Magari qualcosa di più. Ma non importa: per lui è il diavolo.

      • Luna ha detto:

        Sì, avevo capito :-), anche per me quello è il diavolo… e non è così difficile incontrarlo… è a quello che mi riferivo parlando della folla e del programma televisivo… da un lato il “diavolo” che corregge le canzoni mettendo la rima cuore/amore dall’altro la folla pronta a svenire dietro a un personaggio costruito a tavolino… lui si è venduto l’anima per il successo… ma tutti quelli intorno sembra che l’anima non ce l’abbiano proprio!!
        Non ho dovuto rileggere per capire di cosa parlavano le varie parti… sempre che l’abbia davvero capito!!! 😀
        Una bambolina la vinco? 🙂

        • Ema ha detto:

          elaborerò una bambolina appositamente per te 😉

          • Luna ha detto:

            🙂
            Comunque il tuo racconto mi è piaciuto ed è proprio dai punti di contatto che vedo con la realtà che nasce l’inquietudine…
            E’ scorrevole, ben scritto e come sempre la tua ironia riesce a far riflettere, turbare e sorridere… cosa non facile in un unico pezzo.
            ps ma com’è che mi è toccato l’avatar più brutto di tutto il blog?? Ehehhheehhh….

  5. Chiara ha detto:

    Eeeeeehm….. mi sa che non lo vinco il premio! 😛 Però mi piace! Volgare, nichilista ma scritto molto molto bene! 😀

Trackbacks
Check out what others are saying...
  1. […] ideale di questo altro pezzo qui, che è uno dei miei preferiti. Tra l'attesa spasmodica per l'esito di questa cosa qui, la […]

  2. […] anche per premiare chi non solo mi legge, ma mi capisce pure al volo – e non sono molti. Luna, beccate ‘sta bambolina Pubblica suLike this:LikeBe the first to like this […]



Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: