Terence Hill, le storie e l’Italia


Sarò breve, credo. Commento, e vi propongo, un passo dell’intervista uscita oggi su Metro, a Terence Hill, in occasione della programmazione della nuova fiction di cui è protagonista.

Il passo, da come lo ricordo, recita sostanzialmente come segue: il giornalista chiede a mr Hill se l’Italia non sia rimasta un po’ indietro sul fronte delle serie televisive, considerato che dall’America arriva roba come Dexter, Glee, 24 (io ne avrei citati anche altri a mio avviso più rappresentativi, ma il concetto è chiaro). L’attore ormai settantenne risponde che non è vero, perché la serie americane raccontano “una realtà che non è quella vera”, mentre le nostre sono molto più vicine al quotidiano.

Come se questo fosse un valore assoluto.

Ma chissene frega della realtà vera, mi è venuto subito da pensare. Dove sta scritto che una buona storia di fiction televisiva debba essere “vicina al quotidiano”. Che non possa avere elementi di forte improbabilità o, nel caso più spinto, di fantasia – parola che fa venire l’orticaria a molti, in Italia, lo so.

Mettiamo pure da parte il mio caso: a me piacciono il fantastico e l’assurdo, in tutte le salse, e una storia che abbia al suo interno uno o entrambi di questi ingredienti parte da più due. Ma in generale, una storia deve essere una bella storia, e questo non riguarda il genere del narrato ma, appunto, il narrato.

Lasciamo stare gli USA: troppi serial, per tutti i gusti, eppoi loro sono ammmericani, no? Non fanno testo. In Gran Bretagna c’è fior fiore di fiction fantastica o fantascientifica, prodotta in molti casi dalla stessa BBC. Doctor Who è il più visto di tutti i tempi, e probabilmente rappresenta un fenomeno a sé. C’è Torchwood, che comunque è nato da una costola del precedente. Nel 1996 ci fu Neverwhere, ideato da un certo Neil Gaiman (che poi ne fece il suo romanzo a mio gusto più riuscito). Più di recente, il fortunato Merlin, sempre di BBC. Ma sono solo esempi. E da noi? L’unico caso, credo, risale a Fantaghirò, e ho detto tutto.

Il fatto è che qui in Italia chi decide progetti e palinsesti la pensa più come nonno Girotti. Al pubblico giovanile ci si rivolge con reality e talent-show, senza provare nemmeno ad arrischiare, dico una stronzata, una serie di fantascienza. Ma anche una spy-story degna di questo nome. Tanto le serie TV le guardano vecchi e famiglie e vanno bene i vari Don Matteo. Eccerto, se produci Don Matteo te la guarderanno vecchi e famiglie e farai pure share, non dico di no. Ma producimi la risposta italiana a Fringe, o Lost, o Battlestar Galactica, e poi ne riparliamo.

Ultima considerazione: c’è da dire che la qualità media delle fiction italiane è penosa. Recitazione approssimativa quando viene bene, storie copiate e male, luci smarmellate (come docet meravigliosamente Boris), soggetti che farebbero suicidare una marmotta durante il letargo. Trasporta questa alta professionalità su generi più “improbabili”, che per loro natura sono più complessi da trattare, e probabilmente otterrai nuove vette nella definizione del Ridicolo. Non so sinceramente cosa sia meglio.

Però mannaggia la pupazza, nonno Terence, perché non provi a ricordare com’era bello quando ti chiamavano Trinità?

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Comments
6 Responses to “Terence Hill, le storie e l’Italia”
  1. Alessia ha detto:

    …sono andata indietro, indietro con la memoria cercando e ricercando una fiction (sempre italiana) da anteporre a Fantaghirò… no result …. sembra proprio essere l’unico tipo-fantasy a memoria italiano …. in effetti alla mente mi son subito balzati: “I ragazzi del muretto”, “I ragazzi dela 3 C” e “Classe di Ferro” ….insomma niente elementi fantasy o almeno scarsini escludendo i ricci della protagonista dei “Ragazzi del Muretto” (E nulla da invidiare al più contemporaneo mento tentacolato di Davy Jones … Piratesofcarr ecc)…. A proposito poi, e sempre in Boris è bellissima la descrizione della “Locura” e del suo utilizzo nelle fiction italiane; anche sul resto Ema, per me, cogli nel segno ….. immagina MartinaStar nei panni della donna bionica, riesci?? Lamezzogiorno come wonderwoman, ce la fai??? LaArcuri nelle vesti di LydiaGrant di Saranno Famosi???? per tagliare … mi bastò la Falchi in DellaMorteDellAmore…e non ne volli più! 🙂 … p.s. ho la calamita sul frigo di “Continuavano a chiamarlo Trinità” !!! DanDa-dan DanDan-Dandandandaà — danda,danda, dadandaà-aa, danda,danda, dadandaà-aa ….

  2. Chiara ha detto:

    Sìììììììì ridateci Trinità!! Almeno lì era molto più espressivo…. ho provato a vedere qualche puntata di Don Matteo, ma a parte Nino Frassica che mi fa ammazzare dalle risate non si può guardare!
    Io però nell’elenco dei telefilm INGLESI metterei anche “Life on Mars”, dove c’è un certo John Simm… intrigante!
    Comunque concordo pienamente con te… in Italia non si possono guardare le fiction.. hanno provato a dare una risposta italiana a CSI ed è uscito RIS ROMA???!! cioè…. non le sappiamo proprio fare, è inutile! innanzitutto gli attori che pescano beh.. non sono attori! e poi i dialoghi, le storie …. ma chi li scrive? l’unico che salverei è Montalbano…
    ps: adoravo Fantaghirò!!!!!! ❤

    • Ema ha detto:

      in effetti pensavo che Life on Mars fosse statunitense, invece scopro ora che quella originale è inglese e interpretata addirittura da Simm! Attore dalle capacità infinite.
      Proverò a guardarmela, grazie…

      • Ema ha detto:

        aggiungo, tra le serie britanniche con elementi fantastici, la notevole Misfits di cui ho visto i primi due episodi – di fattura veramente notevole. UK, marcia in più.

        • Chiara ha detto:

          “Misfits” non la conosco… la guarderò!!
          Devo dire che dopo “Life on Mars” e “Doctor Who” ho rivalutato molto i telefilm inglesi… essendo io un po’ fissata con i telefilm americani non pensavo che qualcuno potesse stare al loro livello o addirittura superarli.. invece devo ricredermi!! FORZA UK!!!!!!!!!

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