Detective Gronco 2 di 3


[tutti i capitoli]

 

La femmina che mi trovo davanti quando apro la porta dell’ufficio è una specie di versione bollente – sì, ancora di più – di Jessica Alba. E ho detto tutto. Bollente, ma con stile. Appollaiata sul trespolo davanti alla scrivania. C’è un cappotto nero appoggiato sulla mia poltrona – minchia, se sapesse cosa ci faccio, lì sopra.

«Si accomodi» mi dice, come se stesse a casa sua. Io, zitto, faccio il giro e mi siedo dietro alla scrivania. Durante il tragitto, però, mi godo lo spettacolo. E non faccio niente per nasconderlo.

«Posso fumare?» chiede. Così va meglio. «Qui dentro, solo canne» rispondo io. Lei mi ignora e si accende una sigaretta che puzza come l’inferno, anzi, come un pannolino di mia nipote Mirka. Lascio correre. Nonostante tutto sembra nervosa, facciamola rilassare come preferisce. Me la mangio con gli occhi un altro po’: il prossimo che viene a raccontarmi che le fiche sono solo elfe, lo gonfio. Adoro le bionde. Adoro le  bionde col tailleur grigio da donna in carriera – quello con gonna, perché sempre femmine sono, cazzo. E, cazzo, adoro questa bionda qui.

«Sono Eva Belpistillo». Cristo, no. Mi casca la mascella per terra. Quel cacasotto, quel frocetto d’un vampiro elfo, quel… «Lei deve aiutarmi». «Sentiamo» faccio io con una smorfia. «La pago quanto mio marito», e tira fuori una busta. Aridaje. Poi mi guarda negli occhi, e dietro il mio faccione di granito vorrei morire adesso. Ma non prima di aver ascoltato ciò che ha da dirmi quel paio di labbra: «Lo lasci stare. Dica che non l’ha trovato, oppure che l’ha trovato ed è scappato in Giamaica». Giamaica? Ma chi? «Anzi no, dica che non ha trovato nessun indizio e probabilmente se n’è andato. È scomparso. Morto». Ma chi? «Ma chi?» domando. Lei sospira, probabilmente indecisa se prendermi per un idiota o per uno che la sa lunga. «L’Ammazzatore». Mi alzo per versarmi qualcosa di alcoolico, poi mi ricordo che non ho più niente e tatticamente devio verso la finestra, come per guardare la strada fuori. «Signora, mi tolga una curiosità» incrocio le braccia. «E a lei che gliene frega, dell’Ammazzatore?». Nel riflesso del vetro, la vedo che scavalla le gambe. Dio mio. «Me ne frega e basta. Lei lavora per soldi o cosa?». Cosa!, vorrei rispondere. Invece faccio il professionale, mi volto e le ghigno: «Ma certo. La privacy del cliente prima di tutto». Cazzo. «Ma dato che mi sta chiedendo di fallire un ingaggio e compromettere la mia reputazione, come minimo dovrebbe scucire qualche parola in più. O alzare la posta». Quale reputazione? dovrebbe chiedermi, e invece evidentemente per lei ce l’ho. Altrimenti non sarebbe qui a porsi il problema che uno come me riesca non dico a farlo fuori, l’Ammazzatore, ma anche solo a pizzicarlo. O a farlo senza lasciarci le penne. Alziamo la posta, pupa?

«Non ha tutti i torti». Spegne la sigaretta nel posacenere di plastica a forma di mucca sopra la scrivania, e di seguito ne accende un’altra. Mi chiedo se un suo bacio mi puzzerebbe. Forse no. «Quello che chiamano l’Ammazzatore è» fa un lungo tiro, sbuffando una nuvola di fumo bianco e fetente «una persona a me cara. Posso convincerlo a smettere. Anzi, l’ho già convinto, praticamente. Però» altro tiro, altro fumo «non voglio sbirri tra i piedi». A chiunque altro spiegherei, mentre lo tengo per il collo fuori dalla finestra, che io non sono uno sbirro, e che quella fottuta parola può infilarsela nel culo. A lei decido di dare qualche altra possibilità. Fa questo gesto con la testa, che le fa piovere tutti i capelli dalla parte dell’orecchio sinistro, da vera diva. Cristo, qualcuno mi spieghi come ha fatto Belpistillo a metterle il guinzaglio. Che poi, guinzaglio mica tanto, visto che la creatura qui se la spupazza pure l’Ammazzatore. ‘Tacci sua.

Tira su col naso, e mentre tira socchiude gli occhi e trema tutta come se stesse sniffando. Mi sa che si rifornisce dallo stesso spacciatore del marito. Cazzo, un’altra tossica. «Le basta?» mi fa. Come a dire: no che non la alzo la posta, sfigato. E vabbe’. Io la scruto qualche secondo, con occhi da vero duro, tanto per capire se non mi stia invece sfidando a chiedere di più. E… no, mi sa di no.

«Mi lasci un anticipo e le farò sapere» prendo tempo. Lei si alza senza dire una parola, infila il cappotto nero, estrae qualche verdone dalla busta e li deposita sul posacenere; e se ne va. Rimango un attimo concentrato sull’ipnotico rincorrersi delle sue chiappe in uscita – come sono poetico! – e poi mi infilo in bagno.

 

***

 

Veloce, sono velocissimo. La finestra del bagno dà sul retro, e dal retro ci metto un momento a raggiungere la macchina e mettermi alle calcagna della pollastra. Poi vediamo quanto si alza la posta, cara la mia Belpistillo, quando ‘sto dritto di un investigatore t’avrà inchiodato a trastullarti con l’Ammazzatore.

Epperò, ecco, devo aver messo un filo di pancia dall’ultima volta che ci ho provato: rimango incastrato con ignominia all’altezza della cintura, con gambe e culo di fuori, e posso avvertire chiaramente il telaio di legno mezzo marcito che scricchiola. Sento anche qualcuno che ride a crepapelle, probabilmente bambini che giocano a palla nell’immondizia e non hanno di meglio da fare che guardare le chiappe di Bud Gronco. Primo: salvare la tana, mi dico, e allora mi abbrancico il cesso e tiro con tutte le mie forze per tornare dentro. La tazza traballa ma resiste, io rotolo sulle maioliche rosa e gialle – ma il giallo non è di pittura – e la parete è salva. E adesso, vai col piano B.

Il piano B mi porta al Quarto Miglio con l’autobus. Senza biglietto. Ci metto un po’ perché a metà strada sale uno con la faccia da sbirro (cioè da controllore) e io scendo alla chetichella perché mi vergogno come un ladro. Sulla corsa successiva mi siedo vicino all’uscita, e per un quarto d’ora vengo rincoglionito da una ragazzina che traffica sul cellulare senza sosta, coi toni tastiera attivati. Quando scendo mi rimbomba talmente tanto di BIBIBIBIBIP il cervello che cammino barcollando, e per poco non ribalto la vettura – devo mettermi a dieta. Se becco chi t’ha dato er telefonino, regazzi’…

Ma ormai il falco è sulla preda. Eccoci all’imbrunire, come direbbe Raymond Chandler, e sono appena in tempo per acchiappare la lepre prima che se la batta. Lei si crede furba, anzi loro si credono dei dritti, ma io sono più dritto di loro. Sempre che non mi ammazzino. Sempre che non usino le mie budella per appendermi al gancio di una macelleria. Sempre che… Vabbe’. Bud Gronco non è uno sprovveduto. E il Gingillo stavolta me lo sono portato.

Quando svolto nel vicoletto sento puzza di discarica. È un po’ l’odore di casa mia, solo molto più forte, e tra queste villette da borghesi arricchiti è una nota stonata. Arriccio il naso e vado avanti senza rallentare, che non si accorgano che li ho notati. Stanno lì appostati tra i cassonetti, almeno in tre, uno molto più grosso degli altri. Li incrocerò fra poco, lasciamoceli credere. E così, il mio pedinamento da lince non è passato inosservato. L’aquilotta ha preso il volo, mentre il povero detective qui a farsi pestare dagli energumeni.

Senonché, è ancora da vedere chi sarà a pestare. Mentre passo davanti al cassonetto, quello più grosso mi spunta alle spalle e mi sgancia un diretto sulla schiena. Roba fina, robba da palestra di ju-ji-ju-ilcazzo. Quando mi volto a guardare la faccia che fa nel vedermi ancora in piedi, mi accorgo che ha un tirapugni sul destro: cazzo, non ne vedevo uno dai tempi dell’Uomo Tigre in TV. E’ grosso quasi come me, che per un umano vuol dire tanto grosso, e c’ha questo aggressivissimo cerotto sulla guancia. Ma io so’ io, come disse il Marchese. Gli schiavardo la mascella con un manrovescio, e mentre si gira a vedere che fine ha fatto la dentiera gli affondo uno stivale nel culo, spedendolo a ruminare nel cassonetto. Gli altri due non hanno fatto in tempo a intervenire e adesso esitano. Io scopro il canino e digrigno le nocche. Arretrano. Ma chi m’avete mandato, rega’…

«Arza le mano, bello» mi sento dire alle spalle. Proprio le mano, da borgataro DOC. Sospiro e faccio come dice. «Mo’ girete». E io obbedisco, buono buono come un pupo, perché la vocetta puzza di ferraglia e Bud Gronco su ‘ste cose non sbaglia mai. E’ un nano di merda, c’ha un naso gigante, la Magnum gigante spianata e il cuore nero come l’inferno. Lo riconosco: Brontolo, lo chiamano, e nell’ambiente si è fatto un nome per aver mandato un bel po’ di cristiani all’obitorio così, perché lo guardavano male. A tempo perso fa il sicario, o il recupero crediti. I due poveracci che hanno fatto da esca mi prendono per le braccia: potrei farli volare con uno starnuto, ma l’arnese di Brontolo basta a tenermi tranquillo. Quello nel cassonetto, beato, dorme ancora. «Allora, cazzone» fa il nano giocherellando col grilletto, Cristo, «me dicono che infili er naso dove nun devi». Io sto zitto a occhi bassi: mezzorco sì, scemo no. Lui si avvicina e mi arriva fin sotto il grugno. Mi guarda con gli occhietti crudeli e poi mi pianta la canna del ferro in mezzo alle palle, dal basso verso l’alto, tanto per gradire. Io ringhio, e la cosa gli dà soddisfazione, tanto che decide di farmi ripetere l’esperienza. Mi affondo una zanna nel labbro per non urlare. Per qualche attimo dimentico quelle cinque-sei domande che stanno giocando a palla col mio cervellino: a chi ho pestato i coglioni (più del solito), e perché perdere tempo a intimidire un mezzorco fallito, e se non fosse solo per intimidirmi (!), e come cacchio me ne esco adesso, e mammamia come lo riduco Belpistillo se riesco a pizzicarlo…


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Comments
One Response to “Detective Gronco 2 di 3”
  1. Luna ha detto:

    Esilarante e scorrevole si legge tutto in un fiato, tra indignazione, risate, attimi di profondo disgusto e curiosità 🙂
    Aspetto il finale ;-)!

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