Detective Gronco – 1 di 3

Detective Gronco

Prima una doverosa introduzione. Non scrivo qui dentro da un bel po’, per una serie motivi (tra cui i due concorsi a cui alla fine NON ho partecipato). Ciò nonostante, qualche aficionado ha continuato a visitarmi imperterrito più o meno tutti i giorni e avendo un bel po’ di materiale da parte ho deciso di pubblicare qualche pillola – così magari mi decido anche a terminare quanto rimasto in sospeso, e cioè circa 5 racconti brevi e lunghi. Cominciamo da questo noir/fantasy/urban e chi più ne ha più ne metta, che mi ha divertito molto mentre lo scrivevo. La seconda parte è già pronta ma, dovesse piacervi, potrei addirittura finirlo 🙂

«C’è questo tipo, che va in giro ad ammazzare vampiri».

«Ah», faccio io.

«E anche elfi. L’avrà letto sui giornali».

«Non mi sta dicendo niente di nuovo» e invece sì, perché ho passato l’ultima settimana a bere e farmi canne in salotto. Cioè, sulla poltrona dell’ufficio che fa da salotto. Vicino alla pozza di vomito che fa da posacenere.

Lui stringe le ginocchia come se dovesse fare la pipì. O come se avesse una paura fottuta.

«Lo chiamano Sdrumendranghendrung. Significa…».

«Lo so cosa significa, per chi mi ha preso». E invece no, ma spero che si tradisca. Sgrana gli occhi.

«Oh, mi perdoni. E’ che è strano, l’ha dovuto tradurre un’equipe di accademici. È un neologismo orchesco scritto con i caratteri elfici ma recitato nel dialetto degli Gnomi delle Fogne, con l’intonazione vampiresca dopo un’indigestione».

Cazzo, penso. «Di sangue?». «No, di abbacchio». Il vampiro elfo tira su col naso in maniera sospetta, probabilmente è un tossico. Io odio i tossici. E mi sa pure di frocio. Tutti gli elfi sono frocetti. E io odio i frocetti.

«E’ che ho un amico all’Università…» sparo, ma il tossico ha già cambiato discorso. «Insomma questo Sdrumendranghendrung, o se preferisce questo Ammazzatore, come potrà immaginare ha portato un po’ di scompiglio nella comunità». Quale comunità? Dei vampiri, degli elfi o dei frocetti? Probabilmente tutte e tre. Probabilmente coincidono. Sono all’antica, lo so. «La faccia breve, signor Belpistillo». ‘zzo di nome. Proseguo: «Vuole una guardia del corpo?»

Lui sembra imbarazzato, la punta delle orecchie diventa rosso fiamma. Tutti uguali, cazzo. «Ecco, veramente no». Alzo la tendina a fiori e sbircio fuori dalla finestra: c’è un’energumena che aspetta in piedi a braccia incrociate vicino ad una Cinquecento bianca, di quelle nuove. Il tizio si è già attrezzato sul fronte gorilla, anche se mi chiedo come riesca a stipare una così in quel macinino. «Vede, con tutto il rispetto, lei è un bravo investigatore…» gli rifilo un’occhiataccia, «…un eccellente investigatore, voglio dire, ma gira la voce che sia un po’ rischioso starle accanto». Ma Cristo, ancora la storia degli gnometti sotto al Caterpillar. È proprio vero che la gente ti ricorda solo per le minchiate. Sospiro rumorosamente, sento le zanne che mi fanno capoccella dal labbro inferiore. Belpistillo trema. Io aspetto.

«La vogliamo ingaggiare per togliere di mezzo l’assassino, signor Gronco». Mi sventola una busta sotto al naso, prima che possa prendere fiato per mandarlo a cagare. «L’anticipo. E a fine lavoro ce n’è il doppio». Apro la busta come se dentro ci fosse un topo morto. Dentro ci sono sette, anzi otto carte verdi. So che esistono, forse anni fa ne ho pure maneggiata qualcuna, ma vedermele lì sotto il naso in multipla copia fa un certo effetto. L’espressione “topo morto” rimane, da consumato attore quale ogni buon detective deve essere. Fingo di pensarci, ma so già che accetterò: è un anno e mezzo che vado avanti a storie di corna, scorte armate a nani magnaccia, comparsate nei film in costume di serie zeta. Il compenso più alto? Duecento euri per accompagnare una ballerina di lap-dance in un locale per mezzorchi nei bassifondi del Casilino.

«Vabbe’» dico, rigirandomi la busta per le mani come se non capissi da che parte prenderla. Lui fa un sorrisino da frocetto, poi indietreggia verso la porta. Io pianto una manata sulla scrivania – e quando do una manata io si sente – e lui smette di sorridere, si ferma e piagnucola: «Qualcosa non va, signor Gronco?»

«Niente, Belpistillo. Mi chiedevo come mai lei e la sua comunità di…» non trovo parole che non siano offensive: frocetti, elfi, vampiri, tutti uguali «…la sua comunità, dico, siate venuti da me. Se girano voci così negative su Bud Gronco». «Oh» appoggia la mano sulla maniglia dell’uscita. «Nessuno dubita delle sue capacità, signore. Solo…». Esita, cambia piede d’appoggio due o tre volte. Non trova le parole, povero cocco. Poi cede. «Gli altri nove hanno rifiutato». Infila la porta, balbetta una specie di saluto e se ne va. Gli urlo dietro, cazzo, «Quanto era lunga la lista?». Un istante dopo lo vedo dalla finestra che schizza nella Cinquecento al posto del passeggero, mentre l’energumena annusa a destra e a sinistra e poi si incastra nell’abitacolo. Sporge dal finestrino con tutto il braccio sinistro, che da solo è grosso quanto Belpistillo e peloso come il pacco di un orango.

***

Nel frigo mi è rimasta una sola fottuta bottiglia. La stappo con un colpo da maestro sul bordo della scrivania, versandone quasi metà per terra – così contrasta un po’ la puzza di vomito – e poi brindo con l’altro me stesso che mi guarda dallo specchietto lercio sullo schedario. Ho la barba di tre giorni, il che significa setole lunghe mezzo centimetro e dure come il ferro. Mi guardo arcigno. Mi faccio le smorfie. Poi una faccia da vero duro – è quello che sono, cazzo, se non ce l’ho io non ce l’ha nessuno. Finisco la birra, trattengo il rutto come mi ha insegnato la mamma tanti anni fa, e poi accendo il monitor del pc. Su Google vado a inserire le parole chiave: Stru… Sdrum… ‘ndrangheta… come cavolo si chiamava? Cancello tutto e ricomincio: omicidi + vampiri + elfi. Google risponde: 800.023.100.043 di risultati, pagina 1 di 40.001.155.002. Fottuto motore di ricerca della minchia. Cambio ancora: omicidi + vampiri + elfi + sdru. Il primo titolo attira la mia attenzione: Ancora l’Ammazzatore, sette vittime in sette giorni. Nel panico la periferia romana. E’ un’Ansa. Dice:

È una giovane elfa di Quarto Miglio l’ultima vittima del serial killer che sta terrorizzando la periferia sud-ovest della capitale. L’hanno ritrovata con le gambe al posto delle braccia e la testa girata a centottanta gradi, in una macabra imitazione della postura degli scarabei giganti di Tropea. I dettagli della scena del crimine confermano l’incredibile forza fisica dell’aggressore già emersa nei precedenti omicidi, ma secondo alcune indiscrezioni non sarebbero da escludersi implicazioni stregonesche. Un totale di 4 elfi e 3 vampiri per un totale di sette vittime in sette giorni (tra cui Ritarella Gran Canino, notoria squillo non-morta dell’Appio Latino) tutte connesse dal tatuaggio post-mortem in mezzo al petto: Sdrumendranghendrung. I comitati di quartiere stanno organizzando ronde notturne in barba ai regolamenti municipali, e più di un assessore punta il dito sull’immigrazione clandestina.

Rutto. Forte, lungo, che trema il vetro della finestra. Ma va’, genio, chissà come mai i primi nove hanno rifiutato 24 bigliettoni. Pensavi di cavartela con una ripassata a suon di cazzotti? Questo è un serial-killer, cocco, questo se ti fai prendere ti infila un uncino nel culo e ti appende al gancio come un quarto di bue, poi ti scuoia con calma dopo che hai finito di dissanguarti. Quanto tempo è che non prendi in mano il Gingillo? Dai tempi del Caterpillar? Mortacci sua, mortacci di tutti quanti.

Apro la busta. Dentro, insieme ai verdoni, c’è un bigliettino da visita col numero di telefono di Belpistillo. Potrei chiamarlo, e dirgli di venirsi a riprendere la colletta della comunità dei frocetti. Che va bene che ho finito i soldi per le birre e per il fumo, ma la pellaccia è una sola e me la tengo stretta. Ha per caso problemi di corna, signor Belpistillo? Perché sa, su quelli lì sono un treno. Mi chiamano il mago degli appostamenti.

Alzo la cornetta. Compongo il numero. Mi hanno staccato il telefono. ‘Tacci loro.

***

Un mezzorco in metropolitana fa sempre sensazione. Se non altro perché è largo almeno una volta e mezzo chiunque altro. Perché ha delle manone pelose che potrebbero stritolare un anaconda. Perché sfoggia una mascella quadrata che Dick Tracy sembra un neonato. Nel mio caso, ho anche un bell’impermeabile giallo-piscio e il cappellino da baseball nero che mi tiene in ombra la faccia – e meno male, se no ‘sti qui sperimenterebbero anche il famoso sguardo inquisitore di Bud Gronco. Scendo a Termini e punto deciso verso Via Giolitti, ma prima di uscire dal sottopassaggio mi imbatto in un tizio sopra un palchetto raffazzonato, a metà strada tra un negozio di intimo femminile e un bancomat. C’è un po’ di gente che se lo guarda, la maggior parte ridacchiano, alcuni scuotono la testa. Mi fermo, tanto nessuno mi corre dietro – o forse sì, ma io amo prendermela comoda. È anzianotto, tra i sessanta e i settanta probabilmente, e a giudicare dal pallore e dai dentoni che brillano tra gli sputacchi quando parla è anche un vampiro. È vestito come un prete, ma senza colletto. Ha in mano un libro nero con in copertina delle mani che reggono una mela rossa, e lo tiene tra il pollice e l’indice proprio come mia sorella tiene il pannolino di mia nipote Mirka dopo che ha scaricato pesante. Nonostante sia un vampiro non sembra un frocetto.

«Basta dico, basta con questi non morti mollaccioni dal dente pulito! Basta coi vampiri con la puzza sotto il naso! Basta, soprattutto, con le creme abbronzanti per luccicare al sole! Un nosferatu che si rispetti deve temere la luce, santodìo, deve farsela sotto al primo raggio di sole, e lo sapete perché?» si guarda intorno con la mascella all’infuori, ma nessuno gli dà soddisfazione. «Perché il suo regno è la Notte! Nessuno di voi» fa un gesto ampio «sa chi fosse il Principe della Notte, e perché fosse chiamato così? E perché solo il suo nome incutesse terrore nelle fragili membra dei viventi? Eh? Lo sapete?» Silenzio. «Ecco, eccoli qua santodìo, ecco i giovani d’oggi» sorride amaro, indicando a casaccio. «Rammolliti da favolette come questa» apre una pagina qualunque del libro nero con la mela, aggrotta gli occhi per leggere, fa una smorfia di disgusto e richiude. In mezzo al capannello di gente scorgo anche qualche non-morto dal volto effeminato, di quelli che piacciono alle ragazzine. Non sembrano particolarmente impressionati. «Vigliacchi! Codardi!» si sporge in avanti stringendo i pugni e il riporto gli cade su una tempia. «Ma adesso che l’Angelo Vendicatore è sceso in mezzo a noi, è troppo tardi per redimersi». Oh-oh. I vampiri frocetti sembrano un po’ più sensibili all’argomento. Drizzo le orecchie. «Tremate, stolti! Continuate a tremare, santodìo, quando dovreste essere voi a instillare il terrore nei viventi. Da lupi ringhianti a pecore belanti! Senza nerbo! Squarciare gole, dilaniare membra, mangiare carne fresca, ecco l’abicì del vero vampiro. E non», sventola il libraccio patinato «rimorchiare ragazzine nei licei o ai concerti pop, né tantomeno suonare chitarrine in una boy-BAND!». Le ultime parole le spara lì, in mezzo alla folla, come granate.

Sto quasi pensando di aspettare la fine del predicozzo e pedinare questo vampiro vestito da prete, ma pare che ne abbia ancora per molto: «Una volta gli uomini aspiravano alla dannazione eterna perché erano Malvagi. O per disperazione. O per la brama d’Immortalità. Adesso» sputa, e giurerei che quello sputo lì se non ti ammazza perlomeno ti manda all’ospedale, e a giudicare da come si spostano davanti a lui non sono l’unico a pensarlo, «adesso i giovani si fanno vampirizzare per portarsi a letto le fan-girls!». La smorfia che gli è rimasta in faccia sull’ultima parola la dice lunga su come la pensa sul genere. Sospiro e decido di proseguire. Se, quando avrò finito con Carlito, il vecchio sarà ancora qui, magari gli darò una ripassata.

Il baretto nascosto dietro al lato più sudicio della Stazione Termini è rimasto tale e quale a due anni fa, l’ultima volta che ci ho messo piede. In pieno territorio di cinesi, indiani e nani di merda. L’impiantito scricchiola sotto il mio peso, e poche facce luride o bevute (o tutt’e due) si girano al mio ingresso. Il mio uomo sonnecchia sdraiato sopra un tavolino rotondo, aggrappato al manico di una birra più grande di lui. Non è un uomo, in realtà, è un nano di merda. Prendo una sedia troppo piccola per me da un tavolo vicino e mi piazzo davanti a lui. «Ehi, Carlito» dico. «Billy, me chiamo» risponde lui. Anche da sbronzo, gli dà ancora fastidio che qualcuno lo chiami in quel modo. «Carlito. Ho una domandina per te». Apre un occhio per mandarmi affanculo, ma si blocca in tempo appena mi riconosce. «Me chiamo Billy Cagnetto, lo stesso» biascica, ma meno aggressivo. Sa che ho la mano pesante. Col ditone faccio un cenno al barista, che mi manda la servitù. «Allora, Carlito. Tu che sai sempre tutto». Billy si contorce come per ruttare, senza averne la forza; poi ripiomba faccia in giù sul legno che puzza di birra. «Che mi dici di un tizio che va in giro a sventrare checche?» Dal tavolo, mi punta contro il nasone rosso e apre un occhio solo: «Da quanno lavori pure pe’ li recchioni?» «Da quando mi pagano. Io non sono razzista. Allora?» Arriva la servitù, cioè una bella pupattola sulla settantina, di anni e di chili, alta come un barile e larga altrettanto. È umana, ma fa più schifo di una nana. Deposita di malagrazia una birra fangosa, l’unica bevanda che servono in questo nido di pulci, e poi rimane ad aspettare. La ignoro.

«A li tempi mia nun ce sarebbe stato bisogno de ‘sti sbroccati che ggirano a ffa’ pulizia èttenica» dice il nano. «Quanno che Billy Cagnetto se la commannava, era tutta n’antra storia. La gente c’aveva dignità, porca mignotta». Lo lascio sfogare, Carlito la prende sempre alla lontana. Sorseggio la mia fangosa. «Mo’ che ce stanno tutti ‘sti capetti de quartiere, la cooperativa de li magnaccia, li Spacciatori Autonomi, i realitisciò, la gente s’è bevuta er cervello. Manca proprio l’ordine de ‘na vorta». Mi sono già rotto, ma mi controllo. E poi che c’è che non va nei reality show? Io tutti i sabati, da mia sorella, piango con “C’è pustola per te” – quello dove la gente fa da cavia ai ricercatori scientifici. Poi alcuni diventano Casi Umani e vanno ai talk-show della domenica a fare i Barellisti che cercano l’anima gemella. E mi vedo pure quelli. Embe’? «Inzomma io lo capisco, ‘st’Ammazzatore, Sdrunghesdrà come cazzo se chiama lui. S’è rotto li cojoni. Mo’ tutti ‘sti fricchettoni te li ritrovi a ffa’ li rocchettari, ce propinano ‘sta musica da froci. Sniffano, li vedi subbito che so’ fatti quanno che li chiamano a sona’ su Emmetivvì. Fanno pure l’opinionisti in tivvù, ma nun li vedi? Chiacchierano, co’ ‘sti vestiti rosa e blè, stanno ore e ore a parla’ de ‘sti realitisciò der cazzo. E te rompono li cojoni. Quanno Billy Cagnetto era er capoccia dell’Esquilino, se cacavano sotto a fasse vède in giro. A li tempi mia…» «A Carli’, adesso li cojoni me li so’ rotti io» taglio, con una manata sul tavolo che fa tremare il bar. Quando ci vuole ci vuole. Ammutoliscono tutti. Aspetto che finiscano di vibrare le bottiglie dietro al bancone e poi gli prendo amichevolmente la testa tra le mani. «Me ne frego di quando eri il mafiosetto di quartiere. Ti chiamano Carlito perché non conti più un cazzo, te lo ricordi? Come Al Pacino alla fine del film. Non t’hanno sbudellato perché non vale manco la pena, sei innocuo». Mi dispiace cantargliele chiare, in fondo è un amico. Ma tanto fra cinque minuti s’è già scordato tutto. «Adesso, per piacere, mi racconti qualcosa di quello che t’ho chiesto, porca puttana?».

[tutti i capitoli]

 

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