Who wants to live for ever?


Prendo spunto da un romanzo letto di recente, Tutti gli uomini sono mortali di Simone de Beauvoir – che ho scoperto trattarsi della compagna di vita di Sartre – per condividere alcune riflessioni su questo tema così ricorrente nelle storie di tutti i tempi (letteratura, cinema, teatro).

Delineiamo un parallelo, innanzitutto. Da una parte ci metto Raimondo Fosca, lo stanchissimo e annoiatissimo protagonista del suddetto libro. Dall’altra, un vispo Connor McLeod, con la spada sotto l’impermeabile e la forza di innamorarsi di nuovo ogni volta che trova “quella giusta”.

E’ azzardato, lo capisco da solo. I due racconti sono talmente diversi, prendono le mosse da assunti così distanti e arrivano a conclusioni così opposte che… è inevitabile metterli a confronto. Sì, sì, lo so, c’è anche il dettaglio che sto raffrontando un capolavoro di alta letteratura con un classico del cinema d’evasione, ma almeno per qualche paragrafo non mi rompete le scatole.

Highlander si sofferma molto romanticamente sul tema dell’uomo condannato a veder morire i propri cari. L’uomo che, nonostante tutto, più e più volte si imbarca nelle storie d’amore che il fato gli mette davanti, pur conoscendo la triste fine a cui sono destinate. L’uomo che, volendo, avrebbe anche una scappatoia dall’immortalità – la spada di un suo simile – ma si guarda bene dal volerla prendere in considerazione. Perché l’immortalità, nonostante quanto accumulato finora, è vista come valore positivo: vivo tanto, viaggio tanto, imparo tanto, lascio il mio segno sugli eventi storici più importanti, conosco e influenzo gli uomini che ne sono protagonisti. Connor non sceglie di essere immortale, nessuno può farlo, ma tirate le debite somme vantaggi e svantaggi si equiparano. Al crescere dell’età cresce anche la saggezza, che inevitabilmente lo aiuta a tirare avanti nel migliore dei modi attraverso i secoli: soldato, consigliere, eremita, antiquario, ricco sfondato. Altri immortali trovano diverse occupazioni (tipo fare i criminali o gli assassini) per divertirsi, anche su larga scala, ma rimane il fatto che nessuno si strappa i capelli dalla disperazione.  Who wants to live for ever? cantavano i Queen, ma la risposta che sembra dare il film è: tutti, perché no? Non sembra poi tanto male.

Dall’altro lato abbiamo Raimondo Fosca. Uomo del tempo delle Signorie italiane, nasce avido di gloria e successi e cambiamenti. Sceglie di sfuggire la morte per sempre, con un artificio talmente banale (il classico elisir) che appare subito chiaro come sia del tutto privo di importanza il come, a vantaggio del perché. Mette in poco tempo a frutto il suo talento, perché un immortale non solo non muore ma fa a cuor leggero cose che un mortale non farebbe mai. Porta la sua patria allo splendore, e al tempo stesso allontana da sé i propri cari, tra chi non lo riconosce più come essere umano (la moglie) e chi lo accusa di sottrargli il suo giusto periodo di gloria (i figli). Ma le cose non vanno rose e fiori nemmeno sul fronte della politica: troppi attori in gioco, troppe forze che Raimondo, pur nella sua eternità, non è in grado di contrastare nel suo ruolo di signorotto di provincia. Allora Raimondo si sposta e diventa consigliere personale di Carlo V, nel suo tentativo di ampliare la visuale e il raggio di influenza. Per un certo numero di secoli, il suo sforzo è tutto concentrato a curarsi di una particolare causa: la sua città, suo figlio, l’Europa, il mondo addirittura – in un impeto di onnipotenza velleitaria. Come immortale, come semidio, avverte la necessità di fare di più di tutti gli altri. Quando i suoi tentativi, dopo il successo iniziale, vengono regolarmente frustrati, tanto maggiore è lo scorno e la delusione: io sono superiore eppure non riesco a fare tanto di più dei normali. A quel punto comincia a subentrare la noia, nel senso più epico della parola. E Raimondo, per un certo periodo, reagisce alla noia facendo del male. Cerca, senza raggiungerlo veramente, il godimento nel rovinare i mortali che ora tanto disprezza – perché in realtà ne invidia gli obiettivi a breve termine, i successi a corto raggio, le soddisfazioni caduche ma sufficienti a riempire una (piccola) vita. Seguono nuovi tentativi forzati di appassionarsi a qualcosa (la cultura, la scienza, l’ideale rivoluzionario), una lunga prigionia, il dolce dormire (per non so quanti anni) e infine il nulla, l’attesa priva di scopo su una panchina. E’ a questo punto, nell’era contemporanea, che si confronta con Regine, giovane e ambiziosissima attrice ossessionata dal desiderio di eternità. La quale, appreso del “dono” di Raimondo, immediatamente si prefigge di conquistarlo, illudendosi di soddisfare attraverso l’adorazione di lui il suo bisogno di infinità. Comprenderà presto che c’è ben poca gloria nell’eternità, e precipiterà assieme a lui nella disperazione dell’esistenza senza scopo.

Uno con le idee chiare!

Tra cinema, fumetti e letteratura metto sul piatto altri due esempi: da un lato un Vlad Tepes in arte Dracula, consacrato alla vita eterna dalla negazione di quell’ideale di dio che animava le sue battaglie da mortale, immarcescibile nel suo proposito di male e vendetta e sfida. Dall’altro Mister_Mxyzptlk, folletto acerrimo nemico di Superman, che da un certo punto di vista ricorda i temi di Fosca (“Ho passato i primi mille anni a non far niente. Poi mi sono annoiato, e ho passato altri mille anni a fare del bene. Mi sono annoiato di nuovo: adesso è il momento di fare del male”). Ancora due personaggi agli estremi, uno che sa esattamente per quale motivo non-vivere e l’altro che cerca motivazioni nel fare dispetti al genere umano. Ma possibile che non possa esserci una via di mezzo?

Dopo un po', uno si rompe...

Insomma, io ho sempre pensato che avrei voluto essere immortale. Non per fare chissà che, ma per una fottuta paura della non esistenza (non essendo io credente). La domanda che mi pongo ora è: come sarebbe la vita da immortale? Sono tappe obbligate la megalomania prima e la depressione atavica dopo? O è possibile spassarsela come i vari McLeod? E’ proprio necessario ragionare sui massimi sistemi e spendersi per il mondo intero, o è possibile continuare a poltrire sul divano e giocare alla playstation, tra un rutto e l’altro? E semplicemente, come conseguenza del proprio dono, non doversi preoccupare di morire?

Cioè, io vorrei appartenere ad una nuova categoria, ancora vergine tra i cantori delle Arti: l’Immortale Disimpegnato. Uno che non si crei problemi d’orgoglio, non si faccia patemi di responsabilità, non diventi schizzato, non si annoi – tanto al cinema fanno sempre roba nuova. Non che la versione romantica alla Highlander non mi solletichi, ma mi conosco: salterei tutte le lezioni di spada e le sessioni in palestra (“tanto c’è tempo…”) e il primo rivale col temperino mi decapiterebbe a spasso.

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Comments
8 Responses to “Who wants to live for ever?”
  1. Luna ha detto:

    Girando nel tuo blog sono approdata su questo post dilemma…
    Secondo me oltre al rischio della noia, c’è quello della frustrazione.
    In tutti i casi che hai menzionato, certamente molto diversi tra loro, secondo me c’è un filo conduttore la ricerca di una scopo, per far sì che il susseguirsi dei giorni non diventi una vuota tortura senza senso.
    Ecco perché, secondo me, Raimondo è attratto dalle vite brevi degli umani che possono illuminarsi di scopi e ideali, mentre la sua eternità è dominata dalla noia e dal vuoto.
    Forse come ci mostra Connor eternità può diventare anche saggezza e capacità di rinnovarsi senza farsi schiacciare dal fatto che tutto ciò che ci circonda è perituro e destinato a finire, ma davvero si può godere di ogni attimo, sapendo che la nostra vita non ha fine?
    Domanda difficile. Mi viene da pensare agli Elfi e alla leggenda della loro vita immortale e dominata dalla bellezza, dalle arti, dall’amore per la natura, ma anche da quel distacco che li rende diversi e distanti da noi umani.
    Secondo me il punto è che la natura umana non si sposa con l’eternità, se non diventando altro da se stessa: eroe immortale o vampiro assetato del sangue caldo dei mortali.
    Insomma l’immortale disimpegnato lo vedo poco probabile, anche andando indietro nella storia tra Dei e eroi come Achille…non so se possa funzionare.
    Se proprio dovessi scegliere una dimensione di eternità però vorrei quella elfica in uno dei boschi del Nord Europa 😉

    • Ema ha detto:

      In effetti, come ho potuto dimenticarmi gli Elfi tolkeniani. JRR stesso intride il proprio Signore degli Anelli di una costante riflessioni sulla fine del tempo degli immortali, i Priminati, gli Elfi insomma, a beneficio del tempo degli Uomini. Che con le loro vite brevi e struggenti sono i padroni designati del futuro, mentre gli elfi hanno impiegato il proprio lunghissimo tempo a cazzeggiare o al limite a farsi corrompere dai vari diavoletti tentatori, e se ne vanno oltremare a non morire. Ma almeno si tolgono di mezzo.

      Quanto a ritirarti al Nord, direi che tu hai cominciato bene 😉

  2. Eleas ha detto:

    a me nun me riprogramma nessuno

  3. Eleas ha detto:

    se mi consenti il paradosso ti risponderei che non temo la morte e non temerei nemmeno il nulla al di là di essa, temo proprio la noia… io sono piuttosto convinto che non si finisca di qua, ma personalmente non immagino il paradiso come un luogo in cui non si faccia una mazza, sarebbe per me insopportabile.

  4. Francesca ha detto:

    L’Intellettuale Disimpegnato? Non è il sogno di chiunque? Isitntivamente risponderei di sì, ma se mi soffermo a pensarci….beh…il primo pensiero che mi assale è: “Oh mio Dio!!!Ma l’eternità è eterna…!!” Okok, niente di più banale… Ma se sapessi di vivere per sempre non mi sentirei in qualche modo angosciata e oppressa e impaurita come lo sono adesso pensando alla morte? A parte il non secondario discorso dei tuoi cari che muoiono mentre tu conitnui a vivere…e se poi a un certo punto mi stufassi? se non volessi fare più l’intellettuale disimpegnata ma non fossi abbastanza brava per “lasciare un segno nella storia”? se ad un certo punto non riuscissi più ad adattarmi all’evoluzione del mondo?
    …non si può avere una via di mezzo? una cosa tipo “vivo finchè ne ho voglia”?

    • Ema ha detto:

      Uhm.
      Innanzitutto benvenuta in questi lidi 😉
      Secondo, è indubbiamente una questione di profondo egoismo. Egoismo + abbrutimento = Immortale Disimpegnato. Cazzarum ad vitam.
      L’alternativa “vivo finché ho voglia” mi sembrava fin troppo semplice, sceglierebbero tutti quella, temo.

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