Nuove avventure di Cappuccetto Rosso


(Consideratelo una sorta di episodio pilota. Se vi piace, continuo 😉 . Many thanks to Bruno Krippahl for letting me use the outstanding illustration up here. Visit his gallery if you like the genre, it’s a sort of terrific treasure island…)

La tua giornata di oggi? Una catena di incresciosi incidenti, cara mia. Di quelli che ti fanno desiderare che tutto finisca il prima possibile. E invece no, pensi, mentre sfrecci sul cinquantino viola dipinto a mano attraverso chilometri di asfalto semideserto, col tempo che minaccia di non fartela proprio passare liscia. Con indosso l’orribile mantellina rossa della zia Kandinskij. Per arrivare dalla Nonna prima che faccia buio, depositare il pacco e magari anche riuscire a tornare a casa sana e salva.

Rimuginare è un vizio che ti tiene compagnia nei momenti come questi, in cui torturi te stessa e la manetta del cinquantino con la medesima cocciutaggine. “Visualizzare i momenti clou della giornata è il modo migliore per metabolizzarli”, hai scritto sul diario dopo aver visto in TV l’intervento di quello psicologo che somiglia a Andy Warhol. Si comincia presto, interrogazione a sorpresa di Fisica alla prima ora: disastro totale, quattro, lacrime, bagno. Mezza sigaretta. E vai subito con il secondo momento magico: beccata mentre fumi da quella stronza di Titti la Bidella, condotta in classe per un orecchio (o quasi) ed esposta al pubblico ludibrio; salvata per pietà dalla Bonazzi – e meno male che la Virignago aveva già lasciato l’aula, se no la sospensione non te la levava nessuno. Si continua amabilmente nel pomeriggio, quando durante le prove della prossima esibizione (sì, perché la settimana prossima a scuola oKKupano e per almeno tre sere saranno ricche feste e cotillon) le tue care compagne rockettare ti informano che «sei fuori, cicci. Piantala con le tue lagne, le tastiere devono stare al servizio del gruppo e basta». Preparata a tavolino, indubbiamente. Cioè, le Purple, il gruppo che tu stessa hai fondato un anno prima, t’hanno cacciata a calci. Praticamente come se tu ti tagliassi un braccio perché ha troppa iniziativa. Tutta colpa di quella chitarrista del cazzo: lei può divertirsi quanto vuole a fare assolo senza capo né coda, mentre la tastierista può anche morire a stendere pallosi tappeti musicali per tutta la vita. “Ti odio, Laura” rimugini girando la manetta al massimo e bruciando un semaforo. Qualcosa di grosso inchioda stridendo, qualcuno protesta, tu per non sbagliare stendi il braccio col dito medio alzato e prosegui.

Uscendo dalla sala prove, l’ultimo affronto di questa giornata perfetta: il chiodo sul portone che ti ha agganciato la manica e lacerato irrimediabilmente la giacca (viola, ovviamente). Ti brucia meno, per dire la verità, delle ultime parole della tua ex batterista: «vattene, te e Renato Zero». Ti ho creata io, fedifraga, ancora pensavi mentre il chiodo ti divorava la manica fino al gomito. Che avete tutte contro Renato? Non lo sapete che i Depeche Mode li ha creati lui? Personal Jesus non sarebbe esistita senza Mi vendo; Policy of truth nemmeno concepita senza Il baratto. Walking in my shoes? Una diretta conseguenza di Cercami. Incolte. Buzzurre travestite da snob. Realizzare che sei rimasta senza giacca per la traversata serale in motorino verso casa della Nonna è un pensiero tardivo ma inevitabile. E la mamma non rientra che l’indomani. E le medicine non possono aspettare. Già ti sembra di sentire l’odore di decomposizione dell’orribile appartamento con giardino al piano terra della vecchia rincoglionita. E allora vai, fruga nell’armadio alla ricerca di una valida alternativa per scoprire che casualmente è tutto in lavanderia, tutto tranne… l’incresciosa mantellina rossa della Zia Kandinskij. Su, è tardi, anzi tardissimo e ci sono buone probabilità che nessuno ti veda – nessuno che ti conosca, perlomeno: e allora la decisione è presa, la mantella indossata con un grugnito, il confronto con lo specchio dell’ingresso evitato per un pelo; e pochi secondi dopo alcuni fortunati possono ammirare Cappuccetto Rosso abbarbicata ad un cinquantino viola dipinto a mano.

***

E ti chiedi come sei arrivata a questo punto. La Nonna riposa, in pace, sul letto con le lenzuola di pizzo di una volta e la coperta di lana della montagna.  Solo che riposa in tanti brandelli distinti e variamente foggiati, che imbrattano il candore del materasso come fiori scarlatti. Pensi a dei fiori, sì, e istintivamente ne cerchi l’odore nell’aria – e l’odore c’è, puoi starne certa, prepotente ed eccitante alle tue nuove narici. Raccogli le idee un’ultima volta in questa giornata così densa di avvenimenti interessanti.

***

Ha aperto la porta e ti è sembrata subito diversa: indossava il vestito buono a fiori, aveva i capelli freschi di parrucchiere che invece del solito giallastro tendevano al violetto – e solo questo sarebbe bastato a rendertela più simpatica del solito – ma cosa più singolare ancora: sorrideva. Un sorriso in quella bocca lì pensavi che non lo avresti mai visto. E detto fra me e te, non ne sentivi la mancanza: nessuna voglia di sentirti addosso l’olezzo di fiato vecchio che attraversa fischiando i denti marci superstiti. E invece, invece la Nonna ha una dentiera scintillante che manco Tom Cruise dei tempi d’oro, e per un attimo è riuscita a farti vergognare di tutti gli accidenti che le hai mandato. Per un attimo, hai sfiorato con la mano le medicine nella busta di carta di Intimissimi e hai pensato “Ma dai”. Poi ti ha salutato con la sua voce raschiante forgiata dalle sigarette, e ti ha invitato a entrare. Addirittura con dolcezza, ma senza riuscire a nascondere una punta di preoccupazione. Hai pensato, con la crudeltà dei tuoi anni: “Sta’ a vedere che la vecchia si sente più di là che di qua. Ecco da dove arriva tutta ‘sta gentilezza”. Sei entrata e hai sentito odore di tè, decisamente meglio del tanfo di decomposizione che ti aspettavi. La Nonna ti ha invitato a depositare la mantellina rossa e il pacco dei medicinali per sederti con lei qualche minuto «così ci scaldiamo assieme, davanti a una buona tazza di tè». Hai provato a ribattere che proprio non potevi, perché «devo cercare di rientrare prima che faccia buio, Nonna, abbi pazienza, sono da sola e in scooter». Come suonavano sensate le tue parole e come ti metteva a disagio la sua inaspettata gentilezza, seppure incrinata di urgenza. Senza accorgertene, ti sei ritrovata nella sua stanza da letto: una cameretta affogata nel rosa pastello e nel contrasto di aromi dolciastri – il tè, va bene; e poi? incenso? ci mancava solo l’attacco di devozione! In tanti anni di severi rimbrotti, sguardi di disapprovazione, sprezzanti scuotimenti di capo tutto avresti potuto immaginare fuorché un invito ad un tè serale nel covo della Nonna.

Ti sei seduta vicino al letto, notando solo di sfuggita il complicato disegno geometrico sulla copertina di lana buona – non te lo ricordavi, ma d’altronde saranno almeno un paio d’anni che non entravi in quella stanza. Lei ha messo in mostra un sorriso tirato e ti ha versato una tazza dalla cuccuma che tutte le bravi nipotine si aspetterebbero di trovare nella dispensa di casa di Nonna. Hai cominciato a sudare, perché non hai voluto toglierti la mantellina rossa nell’illusione di sbrigartela con poco. La Nonna ha chiuso la porta e ti ha sfoggiato un sorriso ancora più largo; e per la prima volta ti sei chiesta se non ci fosse qualcosa di singolare. Lo scintillio della dentiera stavolta rassomigliava più al ghigno di Jack Nicholson in Shining che a quello di Tom Cruise in Cocktail. «Siediti» ti ha invitato lei mentre si adagiava sul letto a gambe incrociate – la Nonna a gambe incrociate? – «sarà una specie di, come dite voi giovani d’oggi, pigiama party». L’ultima frase ti suona falsa, recitata. «No, aspetta No’, vedi la finestra? Quasi non c’è più luce, se non torno a casa entro venti minuti e la mamma telefona passo i guai». A quel punto la Nonna ha chinato il capo e la penombra della stanza si è soffermata in tutti i solchi della sua faccia, invecchiandola senza pietà. Quella pietà che invece ti sta mordendo le budella nel vedere quella creatura quasi centenaria che in fondo non chiede altro che un po’ di compagnia. «Va bene cara» ti dice poi senza guardarti, «Vai pure, e mi raccomando: piano con quel trabiccolo». Ti ha guardato accennando un sorriso stanco, e ti ha fatto capitolare.

Trattieni un sospiro, lasci in terra lo zaino e ti siedi sul letto, piegando una gamba sotto come le gru di boccaccesca memoria. Sudi, ma senza un motivo particolare preferisci tenere indosso la mantella. Sorseggi il tè che la Nonna ti ha sospinto tra le mani, e avverti il sudore condensarsi in goccioline sulla fronte. «Brava ragazza, ti piace il tè della Nonna?» No, ti fa schifo, è amaro e brucia sulla lingua. «Sì No’, ma forse lo preferirei un po’ più zuccherato». Misuri le parole per non contrariarla, ma non è che puoi annullarti solo perché la vecchia si sente sola. Tossisci. «Ma che ci hai messo?». «Ali di pipistrello, lingua di ranocchio, ghiandole di ragno».

Tossisci di nuovo, e questa volta sputi anche un po’ di liquido scuro. Ma è troppo tardi. Cerchi sul suo volto ingrigito i segni dello scherzo, dello sberleffo, ma trovi solo labbra tese e sopracciglia aggrottate. Ti studia per qualche secondo e poi si lascia andare in una risatina chioccia. Non è il tipo di scherzo che ti aspettavi. Il sole fuori è definitivamente tramontato, rimane la luce di quei ceri ai quattro angoli della stanza e la lieve luminescenza del disegno geometrico sulla coperta. Fai per alzarti, ma non puoi: le gambe sembrano incollate, proprio nella posizione della gru. Vorresti posare la tazza con l’intruglio marrone, ma non puoi: le braccia sono di granito. Hai persino difficoltà a sollevare il diaframma, ma ben presto scopri che almeno il respiro, con qualche limitazione, ti è concesso. La Nonna, invece, non l’hai mai vista così energica: si è alzata dal letto, ha aperto il cassetto del comodino e ne ha tratto una bugia di ottone opaco, contenente un’ultima candela bianca e perfettamente liscia; ti ha tolto il piattino con la tazza dalle mani pietrificate, accompagnando ogni gesto con un ansito, e l’ha sostituito col portacandele; infine ha armeggiato qualche secondo con un accendino usa-e-getta – persino quello sembra un aggeggio futuristico in mano a lei – ed è riuscita ad accendere la candela. Il tutto, prima che tu ricominciassi a pensare.

Articoli a fatica le parole: «Che. Sta-i. Fa-cendo». Lei ti strizza l’occhio, accentuando la ragnatela di solchi sopra gli zigomi: «Arriva un ospite importante, cara, non essere impaziente». Concentri lo sguardo sulla fiammella che danza tra le tue mani, e istintivamente ci soffi sopra; o meglio, vorresti, perché tutto quello che esce dalle tue labbra rigide è un debole refolo di fiato. La Nonna ti guarda accigliata; porta un dito alla bocca e ti sussurra Shhhhhh!. Di colpo ti passa ogni voglia di soffiare. Le lacrime ti riempiono gli occhi, ma ti sforzi per trattenerle: chiunque sia quell’essere, che di certo non è tua nonna, che avrà tanti difetti ma non è una strega psicopatica, non le darai soddisfazione.

«Vuoi piangere? Piangi, bella di Nonna, piangi: ché il Lupo Cattivo adora le frignone. Adesso cominciamo a recitare le parolette magiche, vuoi?» Non vuoi, cazzo, no che non vuoi. Lei schiocca le dita gialle, e senti di riuscire a muovere le labbra con più libertà. Ingoi saliva, e mentre stai per prendere fiato la megera ti ammonisce agitando l’indice davanti al tuo naso: «Non pensarci nemmeno a soffiare, signorina, chiaro?» La prendi sul serio, prendi tutto sul serio oramai. Ancora provi a chiedere: «Chi sta arrivando, chi? E perché? Mi hai venduta ai pedofili?» Shhh, dice ancora la Nonna, e di nuovo ripiombi nel mutismo. «Non perderò tempo a spiegarti nulla, tesoro, quindi rilassati. Ho visto troppi film in tivù da quando sono pensionata per fare lo stesso sbaglio di tutti i Cattivi di turno. Adesso ripeti con me: che occhi grandi che hai, Nonna!». Zitta, ti dici, zitta! E invece la tua bocca struccata la segue, docile: «Che occhi grandi che hai, Nonna!» Lei sorride benevola: «Ma per guardarti meglio, bambina mia. Adesso: che mani grandi che hai, Nonna!» Chiudi quella cazzo di bocca, chiudila! E invece, «Che m-mani grandi che hai, Nonna!» «Per abbracciarti meglio, bambina mia. Ed ora le ultime, da brava: che bocca grande che hai, Nonna!» Vorresti resistere, vorresti impedirtelo, vorresti non avere più una bocca per non pronunciare la tua condanna – perché lo sai, che stai pronunciando la tua condanna, vero? E invece una bocca ce l’hai, e la bocca fa quello che vuole lei, l’essere con le sembianze di tua Nonna. E a proposito di bocca: «Che bo-bocca grande che hai, non-na!» Il sorriso di Nonna-Jack Nicholson, quello che dice Wendy? Luce – della mia – vita! si allarga fino a mostrare i limiti della dentiera, mentre risponde «Per mangiarti meglio!».

E le candele si spengono, tutto tace, la Nonna allarga le braccia e dondola la testa. Recita una litania dai sottintesi raccapriccianti: «Il sangue del mio sangue in cambio del tuo Dono. Il sangue del mio sangue in cambio del tuo Dono Il sangue…» Sangue del mio sangue? Nonna? Hai sentito bene, allora. La Nonna è davvero una strega psicopatica. «…in cambio del tuo Dono». Nonna, prometto che verrò a trovarti tutte le settimane. Anzi, tutti i giorni! – ti verrebbe da dire, se non lo sentissi inutile e ridicolo. Mentre la Nonna continua a salmodiare e gesticolare, una presenza opprimente si addensa nella stanza, come un mulinello di foglie in una giornata ventosa. Che cresce, solleva la polvere, raccoglie altre foglie e sassolini dalla strada, finché non diventa un vortice, e indovina chi c’è nell’occhio del ciclone?

Tu, soltanto tu. Nella tua mantellina rossa che si solleva a campana per effetto del vortice e che sembra rilucere al buio. Il vortice è diventato una galassia che ti gira intorno, e il volto sorridente della Nonna appare a tratti, contratto in una sorta di estasi da orgasmo. Noti le mani rugose che si protendono come artigli, senza tuttavia osare l’ingresso nel vortice – lo teme, comprendi, e insieme lo brama.

Riesci a sentire il fiato antico e potente del Lupo sopra la tua testa, e immagini la bava schiumosa che cola dagli angoli della mascella fin sul tuo cappuccio rosso. I canini lunghi e ricurvi, il muso vibrante, gli occhi scintillanti rigonfi di forza e violenza e fame. Il tutto moltiplicato per mille nel tuo cervello in disordine. Non è così facile immaginare cosa possa pensare una diciassettenne negli ultimi momenti della sua vita. Nel tuo caso hai un vantaggio: non devi immaginare, solo pensare. Cose che sono, che sono state, e che desideri. Che desideri e non saranno mai.

(Il rock; la mamma; vendicarti di Laura; diventare famosa; la mamma; appiccicare al muro Laura; fare la scrittrice; suonare; trovarsi un ragazzo meno che idiota; suonare con Renato Zero e i Depeche; vendicarsi delle tue ex-amiche;  il rock; la tua prima volta con un ragazzo, anche se idiota; ammazzare di botte Laura; la tua prima volta con un ragazzo favoloso, cazzo; Martin Lee Gore; fare a pezzi Laura; farla a pezzettini minuscoli; spazzare via i pezzettini minuscoli di Laura; la Nonna. La Nonna…)

Il mantello rosso comincia a riscaldarsi. Vibra, quasi, e mentre vibra ti infonde calore. Il Lupo allarga le braccia – non zampe: braccia – e te ne accorgi dall’ombra sul pavimento, sotto di te. Sgranchisce gli artigli, ma aspetta. La Nonna lo guarda con bramosia e adorazione.

(…Nonna, me la paghi. Nuclearizzare le molecole di Laura; il rock; Martin. Renato. Il biondo della Quinta D. La tua prima volta con lui. Il rock; Enrico che non te l’hai mai chiesto; ma vorrebbe; vorrebbe? tu vorresti?)

Il cappuccio sale a coprirti il capo. Sei calda, ti senti bruciare, ma non sudi affatto. L’ombra del Lupo dalle lunghe braccia diventa più grande. La sottile vibrazione rossa è divenuta potente e ti permea. Qualcosa di grande, qualcosa di possente sopra di te, sta valutando. Si è fermato e sta valutando. Qualcosa non va come qualcuno ha progettato, ti viene da pensare nella nebbia rossa del tuo cervello.

(suonare; suonare a Wembley; vendicarsi; scrivere e diventare famosa; diventare famosa. Diventare unica. Mangiare. Mangiare?)

La Nonna, anzi la Strega, ti guarda ad occhi spalancati nonostante le cataratte. Ha le mani grinzose avvinghiate al suo stesso collo, quasi volesse strangolarsi, e la dentiera non le basta per contenere l’espressione di orrore puro. La vedi sillabare qualcosa, ma rimane muta alle tue orecchie. I colori sfumano nel grigio e nel nero, e l’ombra del Lupo si affievolisce. Senti odori nuovi, rumori nuovi: primo fra tutti il battito affannoso nel petto della preda.

(…sì, mangiare. Sbranare. Suonare. Accordi violenti. Suonare. Nutrirsi del canto del pubblico. Mangiare. Nutrirsi. Sopravvivere. Annientare il nemico).

La Strega arretra, infila un artiglio dentro al cassetto del comodino e ne estrae una cosa ricurva, lucente e appuntita. Ancora apre e chiude la bocca senza emettere suoni, e gli occhi sgranati sembrano esplodere da fitti reticoli di venuzze. Gli angoli del tuo labbro superiore si sollevano vibrando e scoprono i canini. La mantellina rossa ti aderisce strettamente al corpo ora, e ti accorgi di aver allargato le braccia come a scimmiottare il gesto del Lupo. Le senti salde e potenti come mai prima d’ora, le dita arcuate come rostri pronti a dilaniare. La Strega avanza brandendo la cosa ricurva e malgrado questo profuma di terrore.

(…Mangiare. Vendicarsi. Vincere. Sopravvivere).

«Ho fame, Nonna».

***

Ed eccoti qui. A lavarti le mani nel lavandino marcio della Nonna. Ce ne vorrà prima di scrostarti le unghie da questo schifo viscoso e refrattario al sapone. Dai un’occhiata all’orologio sul lavandino: le nove, e presumibilmente non sarai pronta a ripartire prima di un’altra mezz’ora. Poco male: non hai fretta. Guidare al buio, a fari spenti magari, sarà rilassante come mai prima d’ora. Pregusti il vento freddo sulla faccia e sorridi.

Mentre riempi svariate grosse buste della spazzatura – ce n’è di roba da buttare, santa pazienza – prepari mentalmente una lista di cose da fare nel prossimo futuro. A) inventare una bella storia per la mamma, quando tornerà: tipo che si è rotto lo scooter e non hai avuto modo di arrivare dalla Nonna; si incazzerà, ma pazienza. B) ridipingere il cinquantino di rosso, il viola non ti piace più; c) farla pagare a Laura e a tutte le Purple, e in quest’ottica c1) fondare un nuovo gruppo, selezionando con molta attenzione ogni componente; c2) trovare un nome adeguato, di quelli che spaccano; c3) sbaragliare le rivali soppiantandole nei mini-concerti di tutte le future occupazioni scolastiche. D) rintracciare Zia Kandinskij in qualunque continente sia, e scambiarci due paroline. Non sai ancora con quanta gentilezza. Un grazie, forse, se lo merita. E poi dovrà inoltrarsi in una spiegazione molto dettagliata di cosa sapeva di questa storia. Dettagliata e soddisfacente.

Ecco, ecco il nome che spacca: Bad wolf. Perfetto.

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Comments
5 Responses to “Nuove avventure di Cappuccetto Rosso”
  1. Ema ha detto:

    grazie giovini. Allora proverò a immaginare il prossimo episodio (con calma) 😉

  2. Virginia ha detto:

    Eccomi! Intenso, ben scritto, coinvolgente… a tratti decisamente raccapricciante…
    Mi hai sorpreso…
    Bravo!!

  3. Bibi ha detto:

    Ma che bello, dovrei provare a raccontarla alle mie tre piccole pesti questa favola moderna. ma forse… metterei in pericolo l’incolumità delle nonne.
    Mi piace. Bravo Ema!

  4. Mafarka ha detto:

    Bravo! Qua e là mi hai ricordato un Le Fanu motomunito .

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  1. […] [V.M. 14 – Direi che questa che trovate sotto è proprio una fan-fiction. Così come la storia di Cappuccetto, ovviamente. Ecco, se avete un buon ricordo dei Puffi, sano solare e rilassante, e non volete […]



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