Benvenuti all’Hotel California/1


Prima puntata. Speravo di tenerlo più breve e invece no. Liberamente ispirato al testo del celeberrimo pezzo degli Eagles, che non ho mai capito fino in fondo ma adoro senza riserve.

Lei fu la prima che vidi, e fu lei che mi trascinò dentro. Da allora non ne sono più uscito.

Non saprei dire quanto tempo fa – settimane? mesi? Anni? Secoli? Ero giovane, ero libero, e avevo una moto. Un chopper, per l’esattezza, con ali di falco dipinte sulle due fiancate. Viaggiavo su una di quelle strade semidesertiche che tagliano la regione da Nord a Sud, monotone, a destra e sinistra solo terra rossa e sterminate piantagioni di ulivi.

Le sensazioni più forti erano il vento fresco tra i capelli e, già da un po’, l’odore persistente di fiori alle narici. E’ l’odore che da quel giorno avverto ogni secondo, ora appena percepito, ora tanto dolciastro e persistente da dare alla testa.

Ricordo solo che mi fece venire sete. L’ultimo drink l’avevo bevuto poco prima di lasciare l’autostrada, in quell’orrendo autogrill di mattoni verdi, e non mi aveva soddisfatto – “serviamo solo analcolici, signore”. Avevo sete, o per meglio dire quella sete. Mi serviva qualche dito di Porto nello stomaco. Quando vidi l’insegna mezza rotta in lontananza avvertii in pieno la stanchezza e rallentai all’istante, mentre nell’aria tremolante di afa scorgevo la Ragazza.

Mi fermai di fronte alla grande costruzione di legno e tufo. La Ragazza mi faceva un sorriso stanco, era mezzo sdraiata su una panchina di fianco all’ingresso principale, subito sotto l’insegna che in corsivo recitava “Hotel California”. Indossava una maglietta rossa e dei pantaloncini jeans cortissimi, strappati in più punti. Sentii crescere la sete e spensi il motore, scendendo dall’arcione. Lei si alzò sulle lunghe gambe e mi indicò la porta, una pesante porta in legno con vetri spessi e smerigliati che celavano gli interni. “C’è il bar, dentro” aggiunse in tono casuale, come se fosse stata capace di sentire l’arsura della mia gola di viaggiatore alcolizzato. Io le feci un cenno di ringraziamento e tirai dritto: era bella, ma non mi interessava.

La porta si spalancò quando la toccai, ricordo che allora immaginai chissà quale servomeccanismo di apertura automatica. Mentre varcavo la soglia mi sembrò di sentire una melodia nota ma distorta, emessa probabilmente da una radio lontana. Mi impedì di soffermarmi sul click secco dei battenti che si sigillavano alle mie spalle.

“Vorrei bere” comunicai al grassone seduto al bancone di spalle. Era il Decano, anche se allora non lo sapevo. Lui senza girarsi mi indicò di proseguire, col braccio teso verso il fondo della sala. Camminavo senza rumore sulla moquette vecchia ma pregiata; la Ragazza mi comparve al fianco, spaventandomi: non l’avevo sentita rientrare. Aveva un bicchiere lungo in mano, con tanto di scorza di limone inserita.

Il bar aveva il pavimento in listarelle di legno scuro, variamente macchiato; dei cinque tavolini, tre erano vuoti. Mi sedetti al banco, posai la giacca sullo sgabello a fianco e mi rivolsi all’omino col papillon che asciugava un bicchiere. “Porto” gli dissi. Lui si deterse il sudore dalla fronte e dal riporto, poi mi rivolse le occhiaie stanche e rispose. “Mi dispiace, è finito”. Allora Mirto, replicai. “Niente”. Uno sguardo dietro di lui: bottiglie e bottiglie di liquori, in bella mostra, ordinate, splendenti, ma vuote. “Un amaro allora, con ghiaccio” ripiegai allora. “Amaro del Capo, è l’unico che abbiamo”. Scrollai le spalle. “E senza ghiaccio” aggiunse il Barman, spietato, mentre mi riempiva un bicchiere basso e rotondo di vetro spesso.

Una risatina da destra mi sferzò l’orecchio. Quando mi voltai, due sgabelli più in là era apparso un uomo con la barba di qualche giorno – così mi parve – che indossava un cappello da marinaio sgualcito, di quelli bianchi e blu con la visiera. Mi ricordò Corto Maltese, solo molto più male in arnese. Giocherellava con una fila di bicchierini mezzi vuoti. “Lasci perdere” mi disse il Capitano, “qui non servono altro dal 1969”. Annuii senza particolare interesse, e mentre appoggiavo le labbra sul bicchiere lui tossì con violenza. Con la coda dell’occhio scorsi di nuovo la Ragazza: stavolta era sdraiata sul divanetto di pelle all’altro capo della sala, e un ragazzo prestante con una t-shirt a righe confabulava con lei in atteggiamento intimo. Distolsi lo sguardo con un mezzo sorriso e scolai il mio drink. “La vuole sentire una storia?” mi chiese il mio vicino di sgabello in tono strascicato. Ma era tempo di riprendere il viaggio, quindi posai una banconota spiegazzata vicino al bicchiere, rivolsi un cenno di saluto al Capitano, mi alzai e tornai indietro verso la reception.

Il Decano era ancora lì, seduto di spalle al banco. Tempo dopo scoprii che il suo demone era il Sudoku. Sul momento mi interessava poco, dovevo solo tirare dritto e uscire.

Pochi passi, ed ebbi una vertigine. Un giramento di testa. Una sensazione nuova, in qualche modo, non bevevo abbastanza da sbronzarmi almeno da un anno, eppure il mondo mi si sfocò davanti per appena un istante, e barcollai come se non mi reggessero le gambe. Normalmente non ci avrei nemmeno dato peso, ma il fatto di avere davanti qualche migliaio di chilometri a dorso di moto mi costrinse a fermarmi e riflettere.

Fu allora che il Decano si voltò e mi disse: “Affittiamo anche a ore”. Lo guardai senza capire, poi aggiunse: “Se vuole riposarsi un po’. Metta una firma leggibile sul registro” e mi indicò il librone ordinato scritto a mano. Mentre firmavo, notai con la coda dell’occhio diversi nomi cancellati con un pennarello nero, sopra al mio. Nell’aria, come mezz’ora prima, una radio invisibile sussurrava le note di una vecchia canzone.

La mia stanza era la 118, afferrai al volo la grossa chiave dorata che il grassone mi lanciò e mi avviai verso le scale in legno che portavano al primo piano. La camera era piccola ma pulita e inondata dal sole, con una finestra sul cortile interno – un giardino spoglio, un lastricato grigio, una piscina circolare, qualche sdraio vuota, l’onnipresente sole a stendere una patina di ondeggiante calura su ogni dettaglio. All’ennesima vertigine mi gettai sul letto e sprofondai in un sonno indisturbato.

Al mio risveglio era notte. Il bello di non avere nessuno ad aspettarti è che non devi mai portarti una sveglia quando vai a dormire. Quella volta però avevo dormito decisamente più di quanto mi aspettassi: non meno di otto ore, a giudicare dalla luna alta nel cielo che potevo scorgere dalla finestra spalancata. Dal cortile proveniva una musica retro’ dai toni sommessi. Recuperai le mie cose e scesi alla spicciolata.

La Reception era deserta. Mi guardai intorno alla ricerca di un pannello informazioni tanto per capire quanto avrei dovuto pagare, ma non ne trovai. Scrollando le spalle, lasciai sul banco la somma che ritenni giusta e mi diressi spedito verso l’uscita. Potevo già scorgere la sagoma familiare del mio chopper attraverso i doppi vetri azzurrognoli, quando una voce mi fermò.

“Non viene in piscina?”. Mi fermai e scrutai sopra la mia spalla: era la Ragazza. Aveva un vestito bianco lungo fino al ginocchio, e sembrava molto sudata. Mi guardava con un’aria di desiderio e ostilità insieme, non seppi definirla meglio. “Ho molta strada da fare” risposi sbrigativo, senza voltarmi del tutto. “Domattina la sua strada sarà ancora lì ad aspettarla”. Incrociò le braccia e si appoggio allo stipite, simulando una sorta di broncio: “Mi offre qualcosa da bere?”.

Mi girai a guardarla meglio. Non dimostrava più di venticinque anni, anche se la pelle abbronzata poteva tradire qualche stagione in più. Ancora oggi non so dire se il mio punto di svolta fu nella risposta che le diedi in quel frangente, o se avevo già segnato il mio destino una volta varcata la soglia dell’Hotel. Fatto sta che valutai la notte incombente, la sonnolenza che non accennava ad andarsene, l’offerta palese della Ragazza e soprattutto il sapore delle bollicine di champagne sulla lingua che già pregustavo. Sorrisi, e la seguii.

***

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Comments
2 Responses to “Benvenuti all’Hotel California/1”
  1. Ema ha detto:

    e c’hai raggione professo’! se non è materia tua questa… deplorevole svista 😉
    ah comunque il racconto non è finito…

  2. guisito ha detto:

    Non sempre scegliamo la Vita, più spesso è la Vita che ci sceglie. Questo è il messaggio che ho recepito dal tuo racconto e lo condivido. Scrivi bene e, riguardo alle tematiche, devo averti già detto che adoro il minimalismo nella narrativa.
    Siccome sono pedante e mi picco di essere un attento correttore di bozze, ti faccio notare che hai scritto:
    “Con la coda NELL’ occhio scorsi la ragazza…”
    Credo dovrebbe essere DELL’occhio… o mi sbaglio?

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