L’abbraccio


Aprì la bocca, e il suo fiato sapeva di topi morti. Sorrideva come potrebbe sbadigliare un ippopotamo. Aveva le mani deformate dall’artrite, eppure insisteva nel volermi toccare. Il fazzoletto che mi aveva dato Eva, intriso del suo sudore, al confronto profumava di rose – difatti me lo strinsi sul naso simulando uno starnuto che non voleva uscire. Ponga mi abbracciò, e desiderai di essere morto: la pietà che fino a poco prima avevo provato scomparve come neve al sole, e mi ricordai dello stiletto infilato nella cintura. Purtroppo la massa putrida che mi stringeva a sé inglobava la mia cintura nelle pieghe mefitiche della sua pancia, e in ogni caso dubitavo che sei centimetri di acciaio avrebbero mai trovato la strada per un organo vitale, lì dentro.

Repressi un conato di vomito con un sovrumano sforzo di volontà, e cominciai a pensare al modo più efficace per sottrarmi allo sconcio. Ponga sembrava avere ben più di due braccia, e i miei vaghi propositi omicidi divennero intenzioni ben precise quando lei rantolò, con la sua voce stridente. Mi resi conto con orrore che probabilmente era il momento più vicino all’intimità sessuale che avesse mai avuto – almeno con un’altra persona.

Piegai la bocca in una smorfia di disgusto, sentendomi alla stregua di un umano violentato da un alieno deforme in qualche B-movie di fantascienza. Le mie carni, violate dal solo contatto delle mucose extraterrestri; il mio DNA, di certo irrimediabilmente compromesso; il mio apparato riproduttivo, sfruttato per chissà quali biechi progetti di invasione.
Dovevo fare qualcosa: subito!

Mi divincolai con gesto sovrumano dall’orrido abbraccio, lasciandola in bilico con i tentacoli ancora protesi, anelanti. Poco più in là, vidi l’aratro di mio padre, appena lucidato, splendente sotto gli ultimi raggi del sole in declino. Ponga nel frattempo aveva cominciato a tremare tutta, come se da un momento all’altro avesse dovuto sciogliersi come gelatina. Balbettava frasi sconnesse, aprendo e chiudendo scoordinatamente l’opercolo impazzito della sua bocca: ora sembrava un’enorme, grassa pianta carnivora.

Raggiunsi l’aratro e senza ragionare oltre lo afferrai per i manici, lo girai verso l’obiettivo e cominciai a spingere di corsa, come Ulisse che fingeva di aver perso la ragione per non dover andare alla guerra: solo che io, forse, l’avevo persa per davvero la ragione.

Magari cercò di abbracciare anche il vomere. Fatto sta che l’impatto fu tremendo, il suono di membra lacerate mi ferì le orecchie al pari dell’urlo gutturale che le scaturì dall’opercolo. Mentre terminavo la mia folle corsa, a poco a poco rinsavii: cosa avevo fatto? Cosa avrebbe detto Eva, del folle scempio che avevo fatto di sua sorella?
Mi voltai verso Ponga, timoroso di contemplare il mio luttuoso operato. Mi trovai a scrutare con gli occhi sgranati uno spaventoso ammasso gorgogliante di carni flaccide e sangue, che tremolando si squagliava in cerchi concentrici di grasso acido. Mi venne in mente una scena terribile del film “La Cosa”, che non mi aveva fatto dormire per settimane.

Dall’interno del frullato lipidico emerse qualcosa. Qualcosa che non mi avrebbe fatto dormire per anni.

Annunci
Comments
3 Responses to “L’abbraccio”
  1. ClaudioDM ha detto:

    ahahah!!
    Ponga!
    ahahah, che skifo!
    Ema,
    la mia non è “piacerìa” credimi,
    a me è piaciuto molto anche questo brano, perfettamente grottesco, intenso, divertente e perverso.
    L’ho letto 2 volte!
    ahahah!!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: