I gradi del tradimento


Come sempre, suonare con lei mi sfiancava. Spiritualmente, fisicamente, intellettualmente. Lei lo sapeva e nonostante questo teneva sempre per ultimi i pezzi più trascinanti. Una sorta di delizioso sadismo, da parte sua.
Non so se quegli incontri clandestini potessero definirsi come veri e propri tradimenti… So che mi sentivo in colpa, perché li tacevo alla donna che amavo. Anche se il tutto si consumava in un’ora serrata di duetti classici, durante i quali ad avvinghiarsi e compenetrarsi erano le nostre musiche. E forse le nostre menti?
Non è facile descrivere la complicità che si crea tra un violino ed un pianoforte, quella fitta trama intrecciata in cui due strumenti e i rispettivi esecutori si scambiano il canto ed il controcanto fino all’autodistruzione, godendo ognuno nel prevaricare ed essere prevaricati dall’altro. Troppo facile il paragone con l’atto sessuale, vero?
Silvia non era una virtuosa, non lo era mai stata, probabilmente per scelta. Tutto il suo essere era teso nell’espressività delle melodie che produceva. Se incappava in frasi troppo complicate perché le potesse rendere con la sensibilità che riteneva necessaria, le semplificava. Le riassumeva. Sorridevo ogni volta che me ne accorgevo, nel corso di un’esecuzione, e tutte le volte mi meravigliavo di come le sue invenzioni risultassero straordinariamente appropriate in sostituzione di quanto imposto dallo spartito.
Perché non ne ho mai parlato a Gabri? Sembrerò meschino quando affermo che almeno all’inizio era per il suo bene. Non è mai stata in grado di impedire che la gelosia prendesse il controllo del suo umore e dei suoi pensieri. Quando mi sono imbattuto in Silvia la prima volta, tanti anni dopo i tempi della scuola di musica, dalla mia sincerità con Gabri ho guadagnato solo una violenta lite serale su argomenti futili e due giorni di silenzi reciproci. Solo per avergliela nominata, ho notato l’inasprirsi della piega delle labbra. Quando le ho raccontato del periodo in cui suonavamo insieme alla scuola, è piombata nel silenzio. Poi mi ha detto quasi con innocenza, “Chissà quante cose avrete condiviso”. Ho nasato il tranello e ho chiuso il discorso con un’alzata di spalle. I trenta minuti successivi li ha trascorsi a cogliermi in fallo sistematicamente su qualunque azione o argomento che affrontassi, e il conflitto è stato inevitabile.
Affondai con violenza la scala per ottave che poneva fine al pezzo, mentre lei teneva all’infinito quel la-bemolle insidiosissimo senza un cedimento, una variazione nell’intensità, una vibrazione di troppo. Rallentai con esagerazione, di proposito, per vedere come se la cavava, lanciandole uno sguardo di sfida da sotto alle gocce di sudore che mi affollavano la fronte. Lei sorrise di rimando, formulò con le labbra un chiaro “b-a-s-t-a-r-d-o” e inaspettatamente si lanciò in un arpeggio in terzine discendenti, che andò a morire sul mio rallentando. Annuii soddisfatto e staccai le mani dalla tastiera. Non ero l’unico ad aver sudato, constatai con un certo compiacimento.

***

Mi capitò spesso di pensare a quanto quelle sedute di musica da camera avessero un effetto terapeutico sul mio spirito. Ben presto, anche al di fuori della sfera squisitamente musicale. “Sei passionale quando suoni” lei mi diceva spesso, ammiccando. Io rispondevo che in compenso nella vita quotidiana ero una pezza fredda. Lei replicava, “Chissà!”, continuando il gioco. Mi piaceva fare il finto tonto, in questi casi, per costringerla a spingersi oltre. Lo consideravo un divertimento innocente, e speravo che tale fosse per lei – anche se non potevo evitarmi di fantasticare sugli “E se invece…”. Silvia aveva un piacevole volto da folletto, e una grazia tutta femminile nel muoversi, pur non essendo propriamente “bella”. E mentre violentava – in senso buono – il violino con l’archetto, acquisiva una luce speciale negli occhi, una sorta di “provate a fermarmi!” che adoravo. Tuttavia, una volta finita l’oretta settimanale, archiviavo quelle elucubrazioni platoniche come innocenti divagazioni e non le rispolveravo fino all’occasione successiva.
Gabri notò che avevo ripreso a esercitarmi nella tecnica, piuttosto che suonare senza scopo come tutte le sere fino a poco tempo prima. Non so se fu l’acume o la gelosia, o un cocktail letale dei due, a suggerirle che questo particolare doveva essere collegato al mio recente incontro con la “vecchia amica”. Così quando mi chiese con un tono che più neutro non si poteva “L’hai più vista poi, quella Silvia?” sentii i brividi scuotermi violentemente collo e schiena, e non fu piacevole. Non sono uno abituato a nascondere le cose. Vado in panico. Dico spropositi. E averne coscienza, ovviamente, peggiora il tutto. Come ogni scarso mentitore, inoltre, preferisco tacere le cose piuttosto che doverle coprire con una balla “esplicita”.
Ignorai il colore violaceo che dalle orecchie mi invadeva la pelle del viso, e senza smettere di lavare i piatti cercai di prendere tempo. “Chi?”. Suonai goffamente falso lontano un miglio a me, figuriamoci a lei. “La violinista” insistette lei, col suo implacabile tono di ghigliottina. “Ah, Silvia. Sì, un paio di volte. Sai, per qualche mese lavorerà vicino al mio ufficio, te l’avevo detto”. Sapevo che si sarebbe inalberata, speravo lo facesse. Per distoglierla dal mio imbarazzo e da questioni più “serie”. Mi vergognai come un ladro del sollievo che provai nel sentirle dire “E che aspettavi per farmelo sapere?”, già tremante di rabbia. Me la cavai con una bruttissima serata e una giornata intera, la seguente, a brutto muso.
Il giovedì successivo incontrai di nuovo Silvia, nel suo monolocale. Quando mi vide arrivare senza spartiti capì che qualcosa non andava, o forse dovette essere la mia faccia. “Gabriella” mi fa. Io annuisco, e aggiungo che dobbiamo finirla lì. Lei fa una smorfia, “Ma possibile che dobbiamo vederci in segreto come se fossimo amanti?” e io – ebbene sì – ci rimango male. Non mi aspettavo che me lo escludesse così, a priori. Cioè, sapevo benissimo che non lo eravamo, però… Pensare che potenzialmente avremmo potuto esserlo… Lei alza un sopracciglio come se mi leggesse dentro, come quando anticipa i miei cambi di ritmo. Agita l’archetto come se fosse uno stocco, me lo punta sul petto: “Ascolta, non voglio crearti problemi con lei. Però siamo tutti e tre adulti. Dille che da giovedì prossimo ci vedremo per suonare, e se vuole venire a sentirci. Se necessario invito pure una mia amica… amico, d’accordo” si corregge roteando gli occhi al mio sguardo terrorizzato. Io comincio a grattarmi la testa, alla ricerca di un modo gentile di dirle che non basterebbe, che non c’è altra soluzione che smetterla qui. “Non stiamo facendo nulla di male” insiste, e ancora una volta sento un moto di delusione salirmi dalle viscere. Come se fossi stato ingannato, se tutte le mie mezze sensazioni di tradimento fossero un viaggio privato e non condiviso, e per questo finissero relegate ad un livello di importanza minore. “Ora siediti su quello sgabello” mi indica perentoria, e io eseguo. Allungo le mani sulla tastiera.
Poi si mette a cavalcioni su di me, mi circonda con le sue braccia sottili e mi bacia. Non mi sogno nemmeno per un momento di respingerla, anzi l’abbraccio a mia volta e assecondo il suo movimento quando mi imprigiona nella gabbia delle sue gambe. Ci ho fantasticato su tante di quelle volte che non ho bisogno di ripetermi che è sbagliato, che sto facendo una cazzata, che il punto di non ritorno è lì a due passi, che per come sono fatto io non riuscirò più a guardare Gabri in faccia. So già tutto. L’euforia, l’eccitazione, la sorpresa incoronano la mia consapevole auto-condanna. E il naufragar m’è dolce… beh, lo sapete.

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Comments
2 Responses to “I gradi del tradimento”
  1. ClaudioDM ha detto:

    Bellissimo,
    ancora una volta uno stile “intimo”, non possono che essere sensazioni provate, conflitti vissuti.
    Le esecuzioni del “duetto” sono una figura perfetta, completa ed “alta” quanto basta.
    Stavolta non hai voluto catalizzare questo comunissimo tormento con l’umorismo, il grottesco o il surreale, perchè argomento e vicenda sono troppo e tremendamente reali e non possono che “non concludersi” in un naufragio, comunque vada la storia…
    Bravo!

    • Ema ha detto:

      uno dei miei preferiti. Ho visto che ti sei scorso tutto l’elenco… grazie del tempo, innanzitutto, e pardon se i primissimi non sono sempre di buon livello 🙂 questi sono stati trasferiti dal mio precedente blog quindi risalgono a molto prima delle date qui esposte. Tra un esperimento e l’altro, capita di tutto.

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