Gli Eredi


Mi aveva detto che ero stato scelto per un motivo ben preciso. Era vero. Mi aveva detto che il mio patrimonio genetico era importante, per loro. Era vero. Mi aveva detto che il mio quoziente intellettivo, il mio genio, la mia immaginazione, erano i motivi per cui ero stato selezionato tra sei miliardi di esseri umani.

Non era vero.

Ria, se così davvero si chiamava, era decisamente troppo bella – o meglio, troppo interessata a me per essere così bella. Più o meno tutto quello che abbia mai fantasticato sulla donna perfetta, lei lo incarnava. L’avevo incontrata in un ascensore, il giorno dopo essere stato ricondotto a casa, tra gli uomini, da loro. Fu quasi subito molto chiara con me: “Dobbiamo fare sesso”. Seria. Io avevo sentito, come prima reazione, una sorta di brivido alla bocca dello stomaco. Poi, collegata la parte razionale, avevo scelto una risposta interlocutoria e le avevo riso in faccia. Lei allora aveva bloccato l’ascensore e poi mi aveva baciato, attirando la mia testa verso la propria senza troppi complimenti. La sua lingua era dolce e metodica, quasi seguisse un preciso piano di esplorazione. La mia, troppo sbalordita per fare qualsiasi cosa che non fosse assecondare l’intrusa. Dopo due minuti di apnea, si staccò con un lieve rumore di risucchio. “P-piacere”, balbettai per cercare di riguadagnare un minimo di contegno. Lei sorrise, e senza smettere mi chiese “Ho la tua attenzione?”.

Intorno a me è pieno di uova. Vasche, piene di liquido incolore e uova che sembrano di metallo. A perdita d’occhio. Fuori dalle vetrate scure, la luce della luna e il sottobosco cittadino. Ed io, solo con l’eco dei miei tacchi sul pavimento levigato. Fa caldo.

Ce l’aveva eccome, la mia attenzione. E anche la comproprietà di un paio di apparati fondamentali del mio corpo, per quanto ne sapevo in quel momento. L’ascensore si rimise in funzione e io mi riscossi da quegli occhi verdi e quei seni d’avorio. Chi era? Cosa voleva da me? Presi a sudare, ma non era per l’eccitazione. Volevo uscire di lì, al più presto. Lei lo capì, non so come, sospirò e tacque. Quando le porte dell’elevatore si aprirono, ne uscii solo e senza voltarmi indietro.

La incontrai di nuovo quattro volte. La prima, mi offrì una cena a base di pesce e mi tranquillizzò. La seconda, durante un aperitivo mi spiegò chi era e cosa voleva da me. La terza, dopo uno spuntino a base di gamberetti facemmo sesso tutta la notte e quasi toccai il paradiso.
La quarta, questa mattina, è stata sufficiente per sprofondarmi nella disperazione, nell’odio e nel dilemma. “Parto”, ha detto. Le ho chiesto se sarebbe tornata, mi ha risposto di sì, “ma non in questa forma. Direi anzi che è l’ultima volta che ci incontriamo”. Mi ha rassicurato sulla mia sorte, perché le avanguardie avrebbero avuto un occhio di riguardo – per la creatura che così graziosamente aveva offerto decilitri del proprio seme alla causa dell’invasione. Ero sempre stato nervoso al riguardo. Obnubilato dal desiderio, certo, indotto o naturale che fosse, ma in un angolino del mio cervello questo dettaglio dell’esercito di “invasione silenziosa” foraggiato dai miei geni non mi era mai andato giù fino in fondo. “Ma dimmi la verità” ho insistito. “Perché proprio io? E’ davvero perché sono così brillante, geniale e intelligente?”. Dopo qualche attimo di silenzio, ha detto – con superficialità, come se contasse poco o niente – che non aveva senso indugiare in quella piccola pietosa bugia. Che i miei geni erano sì particolari, ma solo per questioni di specifica compatibilità col DNA alieno. Un caso su sei miliardi, pensa un po’.
E ora, di fronte a queste vasche piene dei miei futuri eredi, immersi in una soluzione di crescita rapida, lotto con me stesso. Da una parte, non fare nulla: lasciare che crescano, vivano e si diffondano in mezzo a noi, e accontentarsi della consolazione che la nuova generazione di dominatori del pianeta discenderà da me. L’unico vero atto di creazione duraturo che abbia mai fatto, l’unico lascito altruistico della mia vita. E la dannazione della mia specie.
Dall’altra parte, distruggere tutto: dare fuoco alle vasche, alle sale, all’edificio. Fare a pezzi i miei figli, e diventare l’eroe dell’umanità ignara. Soddisfacendo il mio orgoglio ferito, in verità: la mia rabbia nell’aver scoperto la vera ragione della loro scelta. Niente di speciale in lei, signore, solo qualche incastro al posto giusto, è così?
Ho cinque minuti per decidere. Prima che torni il custode grasso che non è un custode grasso perché non è nemmeno un uomo.
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Comments
One Response to “Gli Eredi”
  1. ClaudioDM ha detto:

    beh,
    al contrario di altri tuoi racconti (molto più belli) stavolta la creatività si esaurisce quasi tutta in una buonissima idea di fondo, che certamente meritava miglior sorte.
    Stile “asciutto”, sceneggiatura piatta e situazioni scontate, sembra che tu l’abbia pensato e poi ti sia violentato a scriverlo…
    Potresti riprovare, l’idea non è affatto male.

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