L’Acchiapparatti

L'acchiapparatti

Finalmente riesco a scrivere qualcosa su questo testo, che è stato fin qui chiacchieratissimo in Rete. Per vari motivi. Io sono ovviamente l’ultimo, speriamo di non indugiare troppo sul già detto.

Per cominciare due parole sulla storia del romanzo. Nasceva diversi anni fa come L’Acchiapparatti di Tilos, pubblicato da Campanila. Essendo un fantasy comunque piuttosto originale, che oserei definire “splendidamente rustico”, non tardò a far parlare di sé nella blogosfera di appassionati e addetti ai lavori. Per farla breve vennero fatti alcuni rilievi critici su stile e coerenza di alcuni passaggi. Il Barbi (come si dice nei rapporti dei carabinieri) a quel punto cosa fece? Si rinchiuse in un mutismo ostinato e superiore? Attaccò senza requie i blasfemi autori dello sconcio? Scappò a piangere dalla mamma? Scongiurò il Daitarn III di polverizzarli col Potere del Sole?

No. Prese appunti. Si mise a ri-editare il proprio stesso lavoro, e dopo poco tempo ecco uscire, con nuova casa editrice (Baldini Castoldi Dalai), nuova veste grafica e nuovo titolo, questo Acchiapparatti. Io la chiamo umiltà, intelligenza e voglia di migliorarsi, qualità che non guastano proprio per niente, in uno scrittore.

Ma entriamo nel vivo: di che romanzo si tratta?

Fantasy? Sì, indubbiamente. Ma è fantasy raccontata attorno al fuoco, o meglio nell’aia del paese. Protagonisti comuni, o non comuni ma in negativo (lo storpio, lo squinternato, la prostituta grassoccia e con la finestrella nel sorriso) e tono colloquiale. Rustico, dicevo prima. Il che, in questo mondo di supereroi senza superproblemi o con falsi superproblemi, non può che attizzarmi.

Personaggi

Tanti. Per quanto l’azione si focalizzi in buona parte sui tre protagonisti (Ghescik il becchino, Zaccaria l’acchiapparatti, Gamara il cacciatore di taglie) al narratore piace seguire gli eventi più che rimanere attaccato come una cozza ai suoi beniamini: e allora fiato ai tavernieri, ai secondini, agli ignari abitanti di fattorie nell’imminenza di un massacro, e così via. Ci sono poi personaggi secondari ma ricorrenti, come Gelco il giovane fancazzista e volendo Teclisotta la mign… ehm, fa rima. Il risultato è un affresco convincente, sebbene a volte si fatichi un po’ a capire se il punto di vista attuale è una contingenza di passaggio o qualcosa di più. Niente di grave.

Lessico e dialoghi

I personaggi dell’Acchiapparatti, tranne rare eccezioni, sono rozzi popolani. Gente di paese, contadini, truci armigeri, perdigiorno da taverna, sempliciotti. La differenza tra chi possiede un minimo di cultura e chi meno si nota palesemente dal discorso diretto, di cui Barbi fa ampio utilizzo: in particolare in molti casi i congiuntivi vengono sostituiti dal presente. Trovo che sia sempre molto difficile rendere convincente il “parlare incolto” per mezzo della parola scritta (altri medium utilizzano a piene mani tono e timbro di voce, che su carta sono preclusi) e in effetti anche in questo romanzo i risultati mi sono parsi alterni. E’ una questione di “orecchio”, non saprei spiegarlo meglio, semplicemente alcuni scambi sono efficaci e altri meno. Però l’intenzione è encomiabile. I protagonisti fortunatamente parlano un buon italiano (!) per quanto a volte finiscano per scadere nella macchietta “telefonata” da avanspettacolo (alcune gag tra Ghescik,  Zaccaria e Orgo le avrei evitate, ma può essere un gusto personale). Ho riscontrato nella seconda parte del libro un netto miglioramento della fluidità, forse anche per merito dell’accelerazione che viene impressa ai vari fili narrativi finalmente convergenti.

Storia

Il fatto che sia fantasy “de paese” non significa che ci sia poca attenzione alla storia, o che questa sia meno interessante. Anzi. Abbiamo anche qui echi di epicità (si parla di un grande Impero, di una guerra, di un sommo stregone) sebbene coerentemente filtrati dall’occhio delle numerose voci popolane di cui dicevo più su. Nel complesso l’ambientazione delle cosiddette “Terre di confine” è illustrata a pennellate, coerenti ma incomplete, e a conti fatti non c’è nessuna necessità di fare di più. Il lettore è messo a parte di ciò che serve, niente di meno e niente di più. E la trama si snocciola da un punto di vista all’altro con buona consistenza, lamentando forse un rallentando intorno a metà (ma so che altri hanno trovato invece stentato l’inizio, quindi anche qui siamo proprio sul mio becero particolare). La magia c’è, ma si vede poco. No: falso, si vede eccome, ma viene digerita e “riproposta” nello stile rustico di cui sopra, il che ottiene come effetto secondario di renderla quasi verosimile. Il casus belli della trama, in effetti, è altamente magico – come si scoprirà ben presto.

Il finale

Mi ha lasciato leggermente interdetto. Nel senso che mi aspettavo qualche altra sterzata della trama, rivelazione o colpo ad effetto. Invece l’impressione è che l’autore si sia già sparato le carte migliori nell’anticamera della sequenza finale, che invece scorre fluida nella sua azione frenetica ma senza lasciare il segno.

In fin di licenza,

Non dirò provaci ancora, Francesco perché l’ha già fatto e con risultati notevoli. Dirò invece: vai avanti così. L’Acchiapparatti non mi ha convinto del tutto ma poggia su basi solide e fa presagire sviluppi eccellenti.

Insomma, un altro di cui la narrativa fantastica italiana ha bisogno. E’ la mia generazione alla riscossa, dopo l’invasione degli ultra-bebè ;)

Linko pure stavolta l’opinione di Gianrico al riguardo, che come al solito ha iniziato a leggere lo stesso giorno e ha finito eoni prima…

Comments
7 Responses to “L’Acchiapparatti”
  1. Ema scrive:

    @Francesco: beh, innanzitutto grazie della visita e grazie dell’attenzione che mi hai dato anche dalle tue parti :)
    In secondo luogo, il finale mi ha lasciato “solo” interdetto: in un certo senso puoi dire che mi ha sorpreso, visto che mi aspettavo il contro-contro-colpo-di-scena :)
    Però è fondamentale discernere laddove entra in gioco una questione di gusto personale.
    Prossime fatiche?

  2. Francesco Barbi scrive:

    @Ema: Ti ringrazio per questa recensione-commento, l’ho trovata molto interessante. Sono contento che certe mie scelte siano state apprezzate.
    Riguardo al finale, il proposito era di rafforzare l’idea dell’ineluttabilità del destino. Nessun colpo di scena, nessun deus ex machina, nessun salvataggio in extremis, ma soltanto quello che doveva succedere. E speravo che, paradossalmente proprio per questo, potesse in qualche modo suscitare anche sorpresa. Molti lettori si sono detti pienamente appagati dal finale, ma naturalmente capisco il tuo legittimo punto di vista.

  3. Eleas scrive:

    grazie caro, per il riferimento alla nostra generazione, vabbè più alla tua che alla mia, ufff qui s’invecchia.

    il finale ti do ragione è un po’ telefonato, ma nel complesso non stona affatto, anzi, da respiro, conforta l’aura campagnola cui facevi cenno.

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  1. [...] da Ema il 7 febbraio 2012 · Lascia un commento  Tempo fa spesi qualche parola per l’opera prima (rimasterizzata) del buon Francesco Barbi, novellaio italiano di buone [...]

  2. [...] Ecco il link: recensione-commento su “Il Pigro Creativo”. [...]



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