L’autobus si ferma in mezzo a Via Veneto, in piena discesa, e gli ammortizzatori scricchiolano come se dovessero cedere. C’è chi non smette di leggere il giornale, chi non smette di masticarsi le unghie, chi non smette di esplorarsi le narici. E c’è chi, invece, guarda: il prete che ha alzato il naso dalla rivista porno, il vecchio con l’iPod che ha aperto gli occhi slavati e gliel’ha puntati addosso, la signora col carrello del supermercato pieno di casse di birra, i tre ragazzi seduti in fondo che hanno smesso di baciarsi e toccarsi.
Il conducente aziona con cura il freno a mano, smonta lentamente dal suo sedile, apre lo sportello interno e finalmente lo fronteggia. Si toglie il cappello, slaccia un bottone della camicia mostrando un abbondante vello ricciuto quanto i propri baffi castani, e sputa.
Uno scaracchio lungo, torbido, marroncino di tabacco, che descrive una parabola tesa per poi stamparsi in mezzo alle gambe divaricate dello sfidante.
Lo sfidante, trentenne o poco più, giacca e cravatta, basette nere, ostenta sicurezza sporgendo il labbro inferiore. Ha un coltellaccio luccicante alla cintura. Gli occhiali sono spessi e squadrati, e il riflesso sulle lenti nasconde gli occhi. Osserva la chiazza umida dello sputo tra le sue scarpe nere di vernice, e sogghigna. La signora con le casse di birra si agita sul sedile come se non riuscisse a trovare la posizione giusta, mentre i ragazzi in fondo sembrano indecisi se ricominciare a slinguazzarsi.
Il conducente osserva attentamente l’avversario e, con un lento gesto che sembra non finire mai, si sfila la cintura. Che non è una cintura ma una lunga frusta maculata che termina con un gancio di metallo all’estremità più sottile. Ne arrotola qualche voluta in entrambe le mani e tira, come per saggiarne la resistenza.
Il clima del primo pomeriggio è torrido e rallenta lo scorrere del tempo. Fuori dai finestrini dell’autobus c’è deserto, insegne spente di locali, rifiuti. Dentro, qualcuno ha smesso di mordersi le unghie e si è unito – unita, a dire il vero – al computo degli spettatori: è una ragazzina bionda dall’aria angosciata e lo zaino in spalla, lo sguardo che rimbalza tra i duellanti e il signore travestito da clown che non ha smesso di leggere il giornale. E che, anzi, ostentatamente ci nasconde la testa dentro.
“Lei non si è fermato” dice l’uomo con gli occhiali squadrati, giocherellando col lungo coltello. “Legga il cartello” risponde il conducente con un cenno della testa, “c’è scritto fermata a richiesta. Se lei non spinge il bottoncino io non fermo per nessuno”. L’altro sogghigna di nuovo, facendo volare con maestria il coltello da una mano all’altra. “La solita vecchia scusa” prosegue, “sa quanti ne ho trovati come lei. Io ho suonato, almeno venti secondi prima, e lei ha tirato dritto. Purtroppo per lei”. Smette di giocare e impugna saldamente l’arma con la sinistra. “Mi chiamano l’Esecutore di Conducenti”. L’autista si liscia i baffoni con una mano e fa un gesto come a dire sono impressionato. Estrae degli occhiali a specchio dal taschino e li inforca, tirando su col naso. La ragazzina bionda ha le labbra che tremano e si tortura le mani. Cerca con lo sguardo il conforto di qualche altro passeggero ma non lo trova, se si eccettua il vecchio con l’iPod che deglutisce a fatica.
“Avanti allora, vediamo come mi esegue bene” conclude l’autista baffuto spianando la frusta. L’altro attacca con un urlo.
E’ veloce, molto veloce, tanto che il conducente evita il primo affondo con difficoltà e nel tentativo di evitare il fendente di ritorno inciampa su un sedile vuoto, e cade. L’Esecutore gli è subito addosso e gli pianta con violenza un ginocchio nella pancia rotonda. L’autista si piega su se stesso e caccia via tutta l’aria, rimanendo senza fiato. La frusta maculata in finta pelle di leopardo gli cade di mano. Intorno qualcuno geme, forse la ragazzina bionda con lo zaino, qualcun altro riprende a fare ciò che stava facendo – ascoltare musica, leggere riviste porno, pomiciare – e qualcun altro ancora prosegue a leggere il giornale affondandovi un grosso naso rosso da clown.
“Solo un’idiota poteva pensare di combattere con una frusta in uno spazio così piccolo” lo schernisce l’Esecutore, mentre cambia al volo l’impugnatura del coltello per sferrare il colpo di grazia dall’alto in basso. “Dove hai imparato a difenderti, al corso per controfigure dei Village People?” ride infine, mentre s’avventa alla gola dello sconfitto. E ancora ride mentre la sua stessa testa – basette, occhiali e cravatta – vola fuori dal finestrino mezzo aperto e il sangue che sprizza dal collo va a imbrattare il tetto dell’autobus.
La ragazzina bionda pulisce la lama sulla camicia blu del conducente, rimette la sciabola nello zainetto e gli dà una manina per aiutarlo ad alzarsi: “Mi aiuti, la prego” piagnucola, “devo assolutamente arrivare a casa del mio ragazzo in tempo per dirgli che…” gli occhi le si riempiono di lacrime, la voce si spezza “…che è finita”. L’autista torna al suo posto, lisciandosi i baffoni e arrotolandosi le maniche della camicia. Poco distante, il corpo dell’Esecutore è caduto in ginocchio e continua a ridipingere a spruzzi di rosso gli interni del mezzo pubblico. La ragazzina si guarda intorno e arrossisce mentre chiede “Scusate, qualcuno ha mai mollato il proprio fidanzato? Aiutatemi, vi prego, non so da che parte cominciare” e scoppia a piangere.
Il vecchio con l’iPod chiude gli occhi e muove la testa avanti e indietro a ritmo di musica. Il prete inserisce una mano in tasca mentre annuisce compitamente di fronte alle immagini del paginone centrale. Il clown ridacchia sul foglio dei necrologi. La signora col carrello da supermercato stappa una birra col colpetto di un’unghia particolarmente resistente, e beve a garganella. In fondo, la ragazza alta e mora che si sta baciando con due ragazzi contemporaneamente rimette dentro la lingua, si pulisce le labbra rosso scuro con un fazzoletto e risponde all’appello: “Vieni qua, ti insegno io un paio di tecniche”. L’autobus riparte rombando.
