Duello sul Trenta Barrato

L’autobus si ferma in mezzo a Via Veneto, in piena discesa, e gli ammortizzatori scricchiolano come se dovessero cedere. C’è chi non smette di leggere il giornale, chi non smette di masticarsi le unghie, chi non smette di esplorarsi le narici. E c’è chi, invece, guarda: il prete che ha alzato il naso dalla rivista porno, il vecchio con l’iPod che ha aperto gli occhi slavati e gliel’ha puntati addosso, la signora col carrello del supermercato pieno di casse di birra, i tre ragazzi seduti in fondo che hanno smesso di baciarsi e toccarsi.

Il conducente aziona con cura il freno a mano, smonta lentamente dal suo sedile, apre lo sportello interno e finalmente lo fronteggia. Si toglie il cappello, slaccia un bottone della camicia mostrando un abbondante vello ricciuto quanto i propri baffi castani, e sputa.

Uno scaracchio lungo, torbido, marroncino di tabacco, che descrive una parabola tesa per poi stamparsi in mezzo alle gambe divaricate dello sfidante.

Lo sfidante, trentenne o poco più, giacca e cravatta, basette nere, ostenta sicurezza sporgendo il labbro inferiore. Ha un coltellaccio luccicante alla cintura. Gli occhiali sono spessi e squadrati, e il riflesso sulle lenti nasconde gli occhi. Osserva la chiazza umida dello sputo tra le sue scarpe nere di vernice, e sogghigna. La signora con le casse di birra si agita sul sedile come se non riuscisse a trovare la posizione giusta, mentre i ragazzi in fondo sembrano indecisi se ricominciare a slinguazzarsi.

Il conducente osserva attentamente l’avversario e, con un lento gesto che sembra non finire mai, si sfila la cintura. Che non è una cintura ma una lunga frusta maculata che termina con un gancio di metallo all’estremità più sottile. Ne arrotola qualche voluta in entrambe le mani e tira, come per saggiarne la resistenza.

Il clima del primo pomeriggio è torrido e rallenta lo scorrere del tempo. Fuori dai finestrini dell’autobus c’è deserto, insegne spente di locali, rifiuti. Dentro, qualcuno ha smesso di mordersi le unghie e si è unito – unita, a dire il vero – al computo degli spettatori: è una ragazzina bionda dall’aria angosciata e lo zaino in spalla, lo sguardo che rimbalza tra i duellanti e il signore travestito da clown che non ha smesso di leggere il giornale. E che, anzi, ostentatamente ci nasconde la testa dentro.

“Lei non si è fermato” dice l’uomo con gli occhiali squadrati, giocherellando col lungo coltello. “Legga il cartello” risponde il conducente con un cenno della testa, “c’è scritto fermata a richiesta. Se lei non spinge il bottoncino io non fermo per nessuno”. L’altro sogghigna di nuovo, facendo volare con maestria il coltello da una mano all’altra. “La solita vecchia scusa” prosegue, “sa quanti ne ho trovati come lei. Io ho suonato, almeno venti secondi prima, e lei ha tirato dritto. Purtroppo per lei”. Smette di giocare e impugna saldamente l’arma con la sinistra. “Mi chiamano l’Esecutore di Conducenti”. L’autista si liscia i baffoni con una mano e fa un gesto come a dire sono impressionato. Estrae degli occhiali a specchio dal taschino e li inforca, tirando su col naso. La ragazzina bionda ha le labbra che tremano e si tortura le mani. Cerca con lo sguardo il conforto di qualche altro passeggero ma non lo trova, se si eccettua il vecchio con l’iPod che deglutisce a fatica.

“Avanti allora, vediamo come mi esegue bene” conclude l’autista baffuto spianando la frusta. L’altro attacca con un urlo.

E’ veloce, molto veloce, tanto che il conducente evita il primo affondo con difficoltà e nel tentativo di evitare il fendente di ritorno inciampa su un sedile vuoto, e cade. L’Esecutore gli è subito addosso e gli pianta con violenza un ginocchio nella pancia rotonda. L’autista si piega su se stesso e caccia via tutta l’aria, rimanendo senza fiato. La frusta maculata in finta pelle di leopardo gli cade di mano. Intorno qualcuno geme, forse la ragazzina bionda con lo zaino, qualcun altro riprende a fare ciò che stava facendo – ascoltare musica, leggere riviste porno, pomiciare – e qualcun altro ancora prosegue a leggere il giornale affondandovi un grosso naso rosso da clown.

“Solo un’idiota poteva pensare di combattere con una frusta in uno spazio così piccolo” lo schernisce l’Esecutore, mentre cambia al volo l’impugnatura del coltello per sferrare il colpo di grazia dall’alto in basso. “Dove hai imparato a difenderti, al corso per controfigure dei Village People?” ride infine, mentre s’avventa alla gola dello sconfitto. E ancora ride mentre la sua stessa testa – basette, occhiali e cravatta – vola fuori dal finestrino mezzo aperto e il sangue che sprizza dal collo va a imbrattare il tetto dell’autobus.

La ragazzina bionda pulisce la lama sulla camicia blu del conducente, rimette la sciabola nello zainetto e gli dà una manina per aiutarlo ad alzarsi: “Mi aiuti, la prego” piagnucola, “devo assolutamente arrivare a casa del mio ragazzo in tempo per dirgli che…” gli occhi le si riempiono di lacrime, la voce si spezza “…che è finita”. L’autista torna al suo posto, lisciandosi i baffoni e arrotolandosi le maniche della camicia. Poco distante, il corpo dell’Esecutore è caduto in ginocchio e continua a ridipingere a spruzzi di rosso gli interni del mezzo pubblico. La ragazzina si guarda intorno e arrossisce mentre chiede “Scusate, qualcuno ha mai mollato il proprio fidanzato? Aiutatemi, vi prego, non so da che parte cominciare” e scoppia a piangere.

Il vecchio con l’iPod chiude gli occhi e muove la testa avanti e indietro a ritmo di musica. Il prete inserisce una mano in tasca mentre annuisce compitamente di fronte alle immagini del paginone centrale. Il clown ridacchia sul foglio dei necrologi. La signora col carrello da supermercato stappa una birra col colpetto di un’unghia particolarmente resistente, e beve a garganella. In fondo, la ragazza alta e mora che si sta baciando con due ragazzi contemporaneamente rimette dentro la lingua, si pulisce le labbra rosso scuro con un fazzoletto e risponde all’appello: “Vieni qua, ti insegno io un paio di tecniche”. L’autobus riparte rombando.

Diari di un’elfa sfigata/1

Giorno quinto del Mese dell’Ippocastano (per voi 18 Settembre)

Ciao a tutti, mi chiamo Jilly. Il nome completo sarebbe Jilleroan etc etc, non so cosa avessero bevuto i miei quel giorno, ma insomma non volete conoscerlo per intero. Ve lo garantisco.

Sono un’elfa sfigata. Passo a chiarire il concetto.

Tutte le mie coetanee hanno una meravigliosa pelle madreperlacea del tutto scevra di impurità eccezion fatta per aggraziati nei vicino all’angolo della bocca: io sono l’unica elfa con le lentiggini sulle guance. Le altre sfoggiano gentili e proporzionate orecchie dalla forma perfetta, lievemente appuntite: io oltre che a punta le ho grosse e a sventola. La media delle elfe a Città dell’Albero è alta intorno al metro e settantacinque e va dal fisico longilineo e atletico a quello sempre asciutto ma in più sodo e formoso: io sono bassina e ho la pancia che esce da sotto la maglietta – perché tutti i negozi vicino a casa mia hanno solo magliette sopra l’ombelico, per la mia età. Le altre hanno lunghi capelli lisci e setosi, dei colori più straordinari – miele, grano, blu notte, violetto – mentre i miei sembrano ricci sfatti dopo vent’anni di piastre scriteriate e brillano di un bel marrone metallizzato.

Sarei appena passabile solo per gli standard umani se non fosse che ogni volta che vengo adocchiata da un gruppo di maschi dei vostri, per via delle orecchie che inevitabilmente mi sputtanano come elfa, mi storcono la bocca e commentano tra loro “Eh certo che per essere elfa!”. E io scappo a nascondermi se non a piangere.

L’altro giorno c’era il mercato dei fiori in centro, è tradizione che tutte le elfe adolescenti vi partecipino e si adornino la chioma di ghirlande variopinte per poi sfilare in una sorta di processione fino a Piazza del Ramo Fiorito, dove si balla e si canta. Mia madre mi ci ha trascinato per i capelli, visto che a) mi vergogno e b) ero bella inchiodata sulla poltrona davanti alla manaTV  a vedermi il finale di stagione di Buffy l’Ammazzavampiri. Ma insomma non c’è stato verso, e mi è pure toccato indossare quell’orribile tunica di satin della zia Ioledriel. (Ho mandato un passero messaggero a Milrond, speriamo che sia riuscito a memorizzare la puntata). Arriviamo in leggero ritardo e ovviamente le ghirlande più belle sono già state prese. Io frugo a casaccio nei cesti e tiro fuori una corolla di viole di campo ancora stillanti rugiada, semplice ma deliziosa – sarò sfigata ma c’ho gusto io, e me la piazzo in testa senza pensarci due volte. Mamma mi guarda e approva quel tanto che basta per farmi camminare una volta tanto eretta e con portamento aggraziato. Raggiungo le altre fanciulle già in marcia verso la Piazza, giubilanti eppure posate ed eleganti come si confà ad una processione elfica, e cerco con garbo di seguire il ritmo di camminata e il lievissimo ancheggiare di gruppo (per far questo, mi violento spiritualmente e mi impongo di non pensare all’effetto 100% ridicolo dello spettacolo che sto offrendo) quando, improvvisamente, lo vedo… e il mio battito cardiaco rallenta, tump, tump, tu-mp, fino a fermarsi del tutto. Mentre comincio a diventare violacea (so’ elfa, mica so’ magica) mi tamponano da dietro e il mondo riprende a muoversi, così come il mio stupido cuore che arranca appresso al suo amore impossibile.

Che sono cretina lo so, non è che non lo so. Pensare che prima o poi lo strafigo dei cadetti della Guardia Nazionale possa guardare l’unica elfa bruttina sulla faccia della Terra è da cretini. Guardarla, dico, non come facile obiettivo di scherno e lazzi da caserma, ma con sincera simpatia. Complicità. Ammirazione. Con Desiderio. OK, Sto esagerando, rientra nel tuo guscio Jilly. Cuccia!

Mi desta dalle mie naergyl mentali (non so come dite voi umani) un ronzio poco rassicurante vicino alle orecchie. Intorno a me, con grazia ma al tempo stesso una certa inorridita precipitazione, si crea il vuoto. Mi guardo intorno e allorché il ronzio diventa frastuono comincio ad avvertire uno sfarfallio di zampette in testa. A quel punto con scatto poco nobile e ancor meno nobile imprecazione (“Ma che cazzo…!”, questa la so pure nella vostra lingua) mi strappo via la ghirlanda di viole e la scaravento sul marciapiede, vedendone emergere due grossi esemplari di Vespa-demonio dell’Altipiano. Grasse, dorate, dal pungiglione grondante schifezze verdi. Riesco ad avvertire lo sguardo gelido e acido di vergogna della mamma che mi pugnala tra la nuca e le scapole, ma per il momento ho altre gatte da pelare. Gatte che pungono e fanno avvizzire le estremità, almeno così dicono nei trattati di scienze naturali. Cado goffamente all’indietro, sul mio grosso adel, e attendo impotente l’inevitabile. Fatto sta che dalla tragedia sfioro il Paradiso, perché arriva Lui – che si chiama Malgalad ed è il mio sogno impossibile – brandendo la sciabola d’ordinanza, e con un sol gesto le taglia in due metà ciascuna. Sempre grondanti schifezze verdi, sempre lievemente ronzanti, ma zampe all’aria e inoffensive, al suolo. Io lo rimiro adorante e faccio per tendere le braccia dalla mia buffa postura – per terra, a gambe larghe – quando arriva la troietta di turno e gli si getta al collo gridando “Mio eroe!”, come se nei guai ci fosse stata lei, la stronzetta. Io col dito (medio, a questo punto) alzato ripiombo dal quasi-Paradiso alla tragedia piena mentre la processione riprende, il suo eroe la deposita a terra con le forti braccia gentili e le concede uno stolido sorriso d’ordinanza, rinfoderando al tempo stesso la sciabola pure d’ordinanza, e fieramente riprendendo il suo posto. La mamma si sta ancora coprendo gli occhi con le mani ma già mi arriva alle orecchie (lunghe, appuntite ma soprattutto a sventola) l’eco della lunga filippica che mi aspetta, e come faccio a essere sempre così imbranata e come cavolo ho fatto a scegliere l’unica ghirlanda con nido di vespe incorporato.

Valle a spiegare che è perché sono sfigata.

Benvenuti all’Hotel California/1

Prima puntata. Speravo di tenerlo più breve e invece no. Liberamente ispirato al testo del celeberrimo pezzo degli Eagles, che non ho mai capito fino in fondo ma adoro senza riserve.

Lei fu la prima che vidi, e fu lei che mi trascinò dentro. Da allora non ne sono più uscito.

Non saprei dire quanto tempo fa – settimane? mesi? Anni? Secoli? Ero giovane, ero libero, e avevo una moto. Un chopper, per l’esattezza, con ali di falco dipinte sulle due fiancate. Viaggiavo su una di quelle strade semidesertiche che tagliano la regione da Nord a Sud, monotone, a destra e sinistra solo terra rossa e sterminate piantagioni di ulivi.

Le sensazioni più forti erano il vento fresco tra i capelli e, già da un po’, l’odore persistente di fiori alle narici. E’ l’odore che da quel giorno avverto ogni secondo, ora appena percepito, ora tanto dolciastro e persistente da dare alla testa.

Ricordo solo che mi fece venire sete. L’ultimo drink l’avevo bevuto poco prima di lasciare l’autostrada, in quell’orrendo autogrill di mattoni verdi, e non mi aveva soddisfatto – “serviamo solo analcolici, signore”. Avevo sete, o per meglio dire quella sete. Mi serviva qualche dito di Porto nello stomaco. Quando vidi l’insegna mezza rotta in lontananza avvertii in pieno la stanchezza e rallentai all’istante, mentre nell’aria tremolante di afa scorgevo la Ragazza.

Mi fermai di fronte alla grande costruzione di legno e tufo. La Ragazza mi faceva un sorriso stanco, era mezzo sdraiata su una panchina di fianco all’ingresso principale, subito sotto l’insegna che in corsivo recitava “Hotel California”. Indossava una maglietta rossa e dei pantaloncini jeans cortissimi, strappati in più punti. Sentii crescere la sete e spensi il motore, scendendo dall’arcione. Lei si alzò sulle lunghe gambe e mi indicò la porta, una pesante porta in legno con vetri spessi e smerigliati che celavano gli interni. “C’è il bar, dentro” aggiunse in tono casuale, come se fosse stata capace di sentire l’arsura della mia gola di viaggiatore alcolizzato. Io le feci un cenno di ringraziamento e tirai dritto: era bella, ma non mi interessava.

La porta si spalancò quando la toccai, ricordo che allora immaginai chissà quale servomeccanismo di apertura automatica. Mentre varcavo la soglia mi sembrò di sentire una melodia nota ma distorta, emessa probabilmente da una radio lontana. Mi impedì di soffermarmi sul click secco dei battenti che si sigillavano alle mie spalle.

“Vorrei bere” comunicai al grassone seduto al bancone di spalle. Era il Decano, anche se allora non lo sapevo. Lui senza girarsi mi indicò di proseguire, col braccio teso verso il fondo della sala. Camminavo senza rumore sulla moquette vecchia ma pregiata; la Ragazza mi comparve al fianco, spaventandomi: non l’avevo sentita rientrare. Aveva un bicchiere lungo in mano, con tanto di scorza di limone inserita.

Il bar aveva il pavimento in listarelle di legno scuro, variamente macchiato; dei cinque tavolini, tre erano vuoti. Mi sedetti al banco, posai la giacca sullo sgabello a fianco e mi rivolsi all’omino col papillon che asciugava un bicchiere. “Porto” gli dissi. Lui si deterse il sudore dalla fronte e dal riporto, poi mi rivolse le occhiaie stanche e rispose. “Mi dispiace, è finito”. Allora Mirto, replicai. “Niente”. Uno sguardo dietro di lui: bottiglie e bottiglie di liquori, in bella mostra, ordinate, splendenti, ma vuote. “Un amaro allora, con ghiaccio” ripiegai allora. “Amaro del Capo, è l’unico che abbiamo”. Scrollai le spalle. “E senza ghiaccio” aggiunse il Barman, spietato, mentre mi riempiva un bicchiere basso e rotondo di vetro spesso.

Una risatina da destra mi sferzò l’orecchio. Quando mi voltai, due sgabelli più in là era apparso un uomo con la barba di qualche giorno – così mi parve – che indossava un cappello da marinaio sgualcito, di quelli bianchi e blu con la visiera. Mi ricordò Corto Maltese, solo molto più male in arnese. Giocherellava con una fila di bicchierini mezzi vuoti. “Lasci perdere” mi disse il Capitano, “qui non servono altro dal 1969”. Annuii senza particolare interesse, e mentre appoggiavo le labbra sul bicchiere lui tossì con violenza. Con la coda dell’occhio scorsi di nuovo la Ragazza: stavolta era sdraiata sul divanetto di pelle all’altro capo della sala, e un ragazzo prestante con una t-shirt a righe confabulava con lei in atteggiamento intimo. Distolsi lo sguardo con un mezzo sorriso e scolai il mio drink. “La vuole sentire una storia?” mi chiese il mio vicino di sgabello in tono strascicato. Ma era tempo di riprendere il viaggio, quindi posai una banconota spiegazzata vicino al bicchiere, rivolsi un cenno di saluto al Capitano, mi alzai e tornai indietro verso la reception.

Il Decano era ancora lì, seduto di spalle al banco. Tempo dopo scoprii che il suo demone era il Sudoku. Sul momento mi interessava poco, dovevo solo tirare dritto e uscire.

Pochi passi, ed ebbi una vertigine. Un giramento di testa. Una sensazione nuova, in qualche modo, non bevevo abbastanza da sbronzarmi almeno da un anno, eppure il mondo mi si sfocò davanti per appena un istante, e barcollai come se non mi reggessero le gambe. Normalmente non ci avrei nemmeno dato peso, ma il fatto di avere davanti qualche migliaio di chilometri a dorso di moto mi costrinse a fermarmi e riflettere.

Fu allora che il Decano si voltò e mi disse: “Affittiamo anche a ore”. Lo guardai senza capire, poi aggiunse: “Se vuole riposarsi un po’. Metta una firma leggibile sul registro” e mi indicò il librone ordinato scritto a mano. Mentre firmavo, notai con la coda dell’occhio diversi nomi cancellati con un pennarello nero, sopra al mio. Nell’aria, come mezz’ora prima, una radio invisibile sussurrava le note di una vecchia canzone.

La mia stanza era la 118, afferrai al volo la grossa chiave dorata che il grassone mi lanciò e mi avviai verso le scale in legno che portavano al primo piano. La camera era piccola ma pulita e inondata dal sole, con una finestra sul cortile interno – un giardino spoglio, un lastricato grigio, una piscina circolare, qualche sdraio vuota, l’onnipresente sole a stendere una patina di ondeggiante calura su ogni dettaglio. All’ennesima vertigine mi gettai sul letto e sprofondai in un sonno indisturbato.

Al mio risveglio era notte. Il bello di non avere nessuno ad aspettarti è che non devi mai portarti una sveglia quando vai a dormire. Quella volta però avevo dormito decisamente più di quanto mi aspettassi: non meno di otto ore, a giudicare dalla luna alta nel cielo che potevo scorgere dalla finestra spalancata. Dal cortile proveniva una musica retro’ dai toni sommessi. Recuperai le mie cose e scesi alla spicciolata.

La Reception era deserta. Mi guardai intorno alla ricerca di un pannello informazioni tanto per capire quanto avrei dovuto pagare, ma non ne trovai. Scrollando le spalle, lasciai sul banco la somma che ritenni giusta e mi diressi spedito verso l’uscita. Potevo già scorgere la sagoma familiare del mio chopper attraverso i doppi vetri azzurrognoli, quando una voce mi fermò.

“Non viene in piscina?”. Mi fermai e scrutai sopra la mia spalla: era la Ragazza. Aveva un vestito bianco lungo fino al ginocchio, e sembrava molto sudata. Mi guardava con un’aria di desiderio e ostilità insieme, non seppi definirla meglio. “Ho molta strada da fare” risposi sbrigativo, senza voltarmi del tutto. “Domattina la sua strada sarà ancora lì ad aspettarla”. Incrociò le braccia e si appoggio allo stipite, simulando una sorta di broncio: “Mi offre qualcosa da bere?”.

Mi girai a guardarla meglio. Non dimostrava più di venticinque anni, anche se la pelle abbronzata poteva tradire qualche stagione in più. Ancora oggi non so dire se il mio punto di svolta fu nella risposta che le diedi in quel frangente, o se avevo già segnato il mio destino una volta varcata la soglia dell’Hotel. Fatto sta che valutai la notte incombente, la sonnolenza che non accennava ad andarsene, l’offerta palese della Ragazza e soprattutto il sapore delle bollicine di champagne sulla lingua che già pregustavo. Sorrisi, e la seguii.

***

Avviso ai lettori

Le poche parole che seguono saranno l’unico intervento “non narrativo” del blog. Questo spazio è stato concepito come contenitore di racconti, storie inventate, narrativa a tempo perso. Come scrittorucolo, la mia aspirazione attuale è che mi si legga ed eventualmente mi si gradisca – che già è un bel traguardo.

Tecnicamente, il blog è protetto da licenza Creative Commons, ma solo per evitare che il contenuto possa essere usato per fini diversi da quelli che mi propongo, cioè la lettura senza altri scopi.

Comincio col copiare alcuni racconti dal mio blog principale (quello dove mio malgrado sbatto istericamente la testa contro la realtà quotidiana ) e spero di continuare a breve con materiale fresco fresco. Tutto quello che troverete dopo questo post è roba nuova.

Chiunque approdi in questi lidi si senta libero di commentare, positivamente o negativamente, anche con ferocia se volete, io vi ringrazierò comunque per aver perso tempo appresso alle mie storielle ;)

Il dubbio

La incontro in autobus. “Ciao” le faccio sorpreso, lei sfodera un gran sorriso, tanto che sul momento mi viene il dubbio di aver sbagliato persona: non l’ho vista mai sorridermi così, raramente mi ha mai calcolato. Ne guadagna, indubbiamente, ma è strano.
Le sorrido di rimando. “Che ci fai qui? Marco dove l’hai lasciato?” dico, tanto per dire qualcosa. Non mi sono mai sentito a mio agio con chi non ride alle mie battute, e Lisa è una di quelle persone. Erica invece lo era diventata nel tempo, praticamente da quando abbiamo compiuto un anno di storia, e lo è rimasta finché non l’ho mollata per istinto di sopravvivenza, il mese scorso.
“Uff, Marco” mi risponde roteando gli occhi. Sotto gli occhiali dalla montatura spessa ha usato un trucco pesante, scuro, mentre le labbra sono appena appena lucidate. Poi mi parla come se fossimo amiconi: “Marco certe volte diventa una piattola, lasciami almeno queste mattinate di libertà”. E mi strizza l’occhio. Stranostrano, penso. “Dannate femmine” la provoco “chi ti dice che sei un sasso insensibile perché non te la fili abbastanza e chi ti dice che sei una piattola perché la cerchi continuamente. Fate pace col cervello” insisto, fintamente serioso e quasi incazzato. Lei scoppia a ridere. Stranostranostrano.
Per un attimo sono tentato di proseguire sul sentiero del nichilismo sociale, rimanere serio e dirle “Non era una battuta”. Però Lisa è carina, ha una risata contagiosa e – quando ti calcola – è pure una piacevole compagnia. E allora stendo le labbra quel tanto che basta per farle capire che sono simpatico sì, ma non rido mica a tutte le minchiate che dico. Un po’ come lo chef che non mangia le proprie pietanze.
Lei mi si appoggia, forse per caso forse no, e guarda dal finestrone dell’autobus. “Dove scendi?”. “Alla prossima” rispondo, immaginando attraverso i sette strati di tessuti vari che ci separano l’inconfondibile durezza del suo seno destro – i maschi per certe cose sono straordinari. “Ma sai che ti dico? Scendo pure io”. “E va bene. Ma che devi fare?”. “Stavo andando da una mia amica, ma già mi sono pentita”. “Ah. E io invece sto andando alla Feltrinelli, ma non mi sono pentito” (serio). E lei ridacchia, di nuovo. Esponenzialmente strano. “Mi offri un caffè?”. “Io non offro niente a prescindere, ce la giochiamo a testa o croce” (mio vecchio cavallo di battaglia). “Te lo offro io, zotico”. Mi guarda negli occhi e si toglie gli occhiali. Mi costringe a chiedermi fin dove voglia arrivare. Sto al gioco ma qualche campanellino d’allarme nel cervellino comincia a trillare.
Scendiamo dal mezzo e attraversiamo la piazza a passo veloce, col risultato che la prendo in giro perché dal suo metro e sessanta fatica a starmi dietro. Vostra Bassezza, la chiamo, e ancora ride e qui il sospetto quasi si concretizza: nessuna donna di intelligenza media ride tante volte di seguito su delle balle grosse come le mie se non ha secondi fini. Che poi, dubito di essere il primo a sollevare ironicamente l’argomento della sua brevità anatomica, mi aspetterei più una reazione delle serie “sbuffo + sorrisino di circostanza”. Ci lasciamo l’Esedra sulla destra e proseguiamo verso la galleria.
“Almeno vuoi ordinare o devo fare l’uomo pure in questo?” attacca sedendosi a un tavolino. “Ma che sei matta? Qui spendiamo, anzi spendi, mille euro per un caffè!”. “Stamattina sono ricca. Garçon…”. Arrossisco, mentre platealmente alza un braccio per attirare la ragazza che serve ai tavoli, e quasi mi aspetto che costei, piccata, si produca nella celeberrima citazione di Pulp Fiction “Garçon vuol dire RAGAZZO”. Invece questa qui, che ha un caschetto rosso e le lentiggini e probabilmente viene da un paese anglofono, ci chiede cosa vogliamo. “Un Martini” spara Lisa, al che non mi posso esimere dal chiederle se usa spesso stonarsi di alcool alle 10 del mattino. Aggiungo un caffè – visti i chiari di luna meglio mantenersi sobri – e provo a tornare sull’argomento Marco, tanto per sondare.
“Insomma non ci vediamo, io te e Marco, Marco tu ed io, da prima che tornassi single”. (D’accordo, più che l’argomento Marco è l’argomento Me-stesso. Ho in mente poco altro, che volete farci). “Già” fa lei, “saranno almeno due mesi che io e te non ci vediamo”. La demarcazione del territorio è tutt’altro che sottile, e potrei anche sottolinearla… ma preferisco lasciarle corda. Almeno per ora. Lei va avanti e assume il tono più dispiaciuto e comprensivo che una tigre del bengala possa adottare: “Devi esserci stato malissimo, vero?”. Io sposto la mano dal tavolo appena in tempo per sfuggire alla sua senza mostrare di aver notato l’intenzione, e la passo tra i capelli che non ho quasi più. Qualche gocciolina di sudore dietro al collo, nonostante il freddo, si fa strada. “Beh ci sto ancora male veramente” rilancio, sulla difensiva. Prima che lei possa dischiudere nuovamente quelle labbra lì, arrivano il Martini e il mio declassato caffè. Lei monta su una sorta di sequenza alternata occhidolci/sguardomaliardo mentre sorseggia, che mi costringe a rinunciare ad una delle direttive primarie (“guardale sempre negli occhi, specie se hanno più di una terza di seno”) e concentrarmi a interpretare il mio fondo di caffè mentre mi faccio una serie di domande ovvie e senza risposta: ma che vuole da me questa? fino a ieri a malapena mi diceva ciao, e adesso sembra che ci rincorriamo da anni? ha scoperto che Marco la tradisce e cerca di vendicarsi con uno dei suoi amici? Ma perché sono uscito di casa di sabato mattina?
E io non nego che, quando era poco più che “la ragazza di Marco”, qualche pensierino sconcio ce l’ho fatto. Meno le conosci, più è facile, no? Anzi, meglio se ti stanno pure antipatiche. E adesso, adesso è difficile.
Insomma, mi si avvicina con la sedia. Sento l’odore del Martini mentre continua ad elargirmi sorrisi da quelle labbra appena appena spolverate di lucidalabbra, e comprendo che potrei avere dei problemi. Con Marco non ci sentiamo da un pezzo, è vero, ma rimane pur sempre un amico storico… Ecco, magari se ci fossimo tenuti in contatto ora saprei che l’ha mollata perché è una ninfomane assatanata, non prova più niente per lei e anzi me la consiglierebbe caldamente per una bella oretta di sesso selvaggio. O invece avrei ancora nelle orecchie i singhiozzi di un uomo a pezzi con il cuore sbriciolato, che mi darebbero la forza di tenere a bada gli ormoni e piantarla lì al tavolino.
E invece niente, l’ignoranza più completa, che da sempre è amica degli istinti più bassi e animaleschi dell’essere umano. E se riuscissi a mandargli messaggio di nascosto, col cellulare sotto il tavolo? Sì, bravo, e che ci scrivo? “Ciao Marco, com’è andata la tua vita sentimentale negli ultimi due mesi? Malino, sì?”. Oppure “Ciao Marco, posso scoparmi la tua donna?”.
Tutto avrei potuto aspettarmi nella vita fuor che trovarmi in una situazione del genere. La classica scelta tra una donna e un amico? Da telefilmetto per adolescenti? Tre puntate e mezzo di patemi infantili quando sai che alla fine andranno a letto insieme al cento per cento, con buona pace dell’amico cornuto.
Però diamine, questa non è una donna: è una pentola di sesso bollente. Marco, e che cavolo, da quant’è che non le diamo soddisfazione a ’sta ragazza?
“…Insomma, non ho voglia di sentire la mia amica Patrizia che mi parla della sua depressione, mi capisci? Preferisco farmi quattro risate con te, se hai tempo”. E chi si muove. Il bello è che da quando ci siamo seduti ha parlato solo lei, con le labbra e – soprattutto – col corpo. Nei miei fondi di caffè ho letto da un pezzo un unico possibile finale, ma non riesco a farmelo andar giù. Io sono un buono, sono onesto, io non tradisco. Neanche gli amici che non sento da mesi.
…Che fare?

Mondi paralleli?

Doverosa premessa. Questo racconto scaturi’ da un incaxxo specifico in merito ad una notizia di attualità, quindi pure essendo narrativa esula leggermente dal motto di questo blog.

Guardavo la parete con occhi commossi e mi sentivo più giovane. Tornavo ai miei trent’anni, e a quel giorno di breve gloria. Gli occhi di mia figlia, ancora piccola, che mi guardavano stupiti mentre io la indicavo e le dicevo “Per te, tesoro, per te”. Emma che mi sorrideva piena di orgoglio, e tutto il quartiere intorno che batteva le mani, mentre l’assessore Costanzo me La consegnava.
La Spranga d’Oro. Il simbolo della mia gioventù andata. Ma dopotutto non ho nulla da rimpiangere.
Fortunato il genitore che riesce a vedere nel proprio figlio il realizzarsi delle sue aspirazioni più sfrenate. E Arianna in soli diciassette anni ha fatto di più di quanto io e la madre avremmo mai potuto immaginare. O realizzare, se è per questo…
D’altronde, era predestinata già nel nome. A dire il vero io avrei voluta chiamarla “Ariana”, ma quel giorno Emma mi fece promettere che l’avrei messa al riparo da improbabili ritorsioni rosse nel futuro… e a malincuore, davanti all’ufficiale dell’Anagrafe, feci aggiungere quella “n” di troppo.
Mi stacco dalla teca con la spranga e la dedica del sindaco, che allora era Alemanno II, e di nuovo non posso evitare di essere sommerso dai ricordi. Vinsi il titolo spaccando la testa ad un immigrato, durante quella che una volta si chiamava semplicemente Ronda Notturna – perché io e gli altri Controllori non eravamo visti di buon occhio. Ci perseguitavano.
Non ero mai stato particolarmente veloce, dicevo, ma in quell’occasione misi le ali ai piedi – anche grazie alle anfetamine, a dire il vero. Una piccola vergogna da custodire in me stesso: a quel tempo non c’erano i controlli antidoping che fanno adesso durante la Caccia al Negro, e comunque sono convinto che a volte certe sostanze servano solo a tirar fuori quello che Dio ti ha già messo dentro. Come dice la pubblicità della Gnocca Cola.
Poi qualcuno cercò di guastarmi la festa sostenendo che l’immigrato ce l’aveva eccome il permesso di soggiorno, che non era clandestino. Ne parlai, un po’ spaventato, con Alfio, dopo aver letto il trafiletto su quel giornale di regime. Regime… lo dico e non mi sembra vero. Che solo quindici anni fa le cose fossero così diverse da adesso. Il mondo in cui la mia piccola Ari muoveva i primi passi, così buio e ostile e cristallizzato nelle ragnatele conservatrici dei comunisti. Respiro l’aria climatizzata di casa mia, e mi sembra di sentire la libertà che mi permea le narici.
Mi riscuoto, e mi sovviene il motivo per cui sono passato dall’ingresso: lo spumante. Scendo la scaletta e infilo la porta della cantina.
Sulla sinistra, le bottiglie per le grandi occasioni. E questa lo è, cribbio. Arianna promossa coordinatrice di una Squadra Antinegro già a 17 anni… La più giovane a Roma! Prendo per il collo un’ottima Moet & Chandon del 2004, prestando attenzione a non scuoterla troppo, e faccio per risalire, quando mi cade l’occhio su una vecchia foto, lì sul vetro della credenza impolverata che fu dei miei nonni e poi dei miei genitori. Io e Alfio. Alfio ed io. In piedi, giovani, sorridenti, con le spranghe appoggiate sulle rispettive spalle. Fatico per impedire a una lacrimetta di rigarmi la guancia. E mi ritornano in mente le sue parole di fronte alla mia preoccupazione: “Tranquillo Alessa’, tanto quella minchiata non se la legge nessuno. E tempo due giorni scompare da tutti i giornali”. “Ma… e se aprono un’indagine?”. E lui, me lo ricordo come fosse ora, aveva sorriso come se avessi detto la più grossa delle stronzate. “Alessa’, ma quando imparerai come va il mondo? Se non sta sui giornali non esiste“. E mi aveva dato una pacca sulla spalla, e io avevo provato l’ennesimo, enorme, moto di riconoscenza nei suoi confronti. Era come un fratello maggiore. Lo abbracciai così, d’impulso, d’un abbraccio fraterno… e lui si ritrasse con violenza. “Ma che, sei frocio?” non disse, ma a giudicare dallo sguardo sicuramente lo pensò. La vergogna che provai mi costrinse ad andarmene senza dire una parola…
Mi chiamano. Mi sto perdendo dietro ai ricordi, mi accade spesso ultimamente, forse perché i successi di mia figlia mi ricordano che sto invecchiando. Risalgo in fretta con la mia bottiglia di champagne stretta in mano, cercando di scacciare il sentimento negativo del ricordo di Alfio e provando a recuperare un po’ di commosso orgoglio paterno. Di là in sala da pranzo si chiacchiera piacevolmente, e le voci dei familiari mi scaldano a dovere. La mia comparsa desta un nugolo di “Finalmente!” e facce fintamente esasperate, per prima quella di Emma che agita il bicchiere: ha già il naso rosso, non è decoroso per una mamma – mi capita di pensare. Poi guardo Arianna, che probabilmente ha bevuto almeno il doppio di sua madre ma siede lì, perfettamente controllata, lo sguardo glaciale che sonda il tavolo, le labbra sottili ma ben disegnate strette in un sorrisino beffardo. A volte penso che se non fosse mia figlia, non avrei difficoltà a formulare… pensieri impuri. E’ così bella, orgogliosa, marziale, mentre sfoggia il suo tatuaggio nuovo sull’avambraccio. Mi chiede la bottiglia: vuole aprirla lei. Gliela cedo volentieri, non sono mai stato bravo col cavatappi. Ari invece lo usa come tutti gli altri strumenti: con eleganza e competenza.
Alla TV intanto comincia il discorso alla nazione del Presidente, e ci giriamo tutti verso di Lui. Nonostante sia il secondo clone, sembra sempre lo stesso di trent’anni fa, quando iniziò la sua lenta opera di restaurazione della libertà in questo Paese. Le sue parole come sempre ci illustrano con chiarezza il bilancio del ventitreesimo anno di illuminata Presidenza, e annunciano gli obiettivi del prossimo: promuovere l’istituzione di Squadre Antinegri, Antirom e Antifroci anche negli stati gemellati di Francia e Austria, esportando temporaneamente i nostri migliori talenti – e qui provo un tuffo al cuore: Arianna all’estero? poi l’amore paterno ha la meglio: è per la sua carriera, il suo futuro – e un ingegnoso nuovo programma per lo smaltimento delle carceri, del quale non ci anticipa tutto per non rovinarci la sorpresa: ma pare che avrà a che fare con la ricerca scientifica. Solo un genio come lui riesce a trasformare un problema gravissimo in un input per risolverne un altro. Una donna bellissima, non ricordo se la sua segretaria o la Ministra della Conservazione della Razza, gli porta un foglio scritto a mano. C’è la sua ultima poesia. Attorno al tavolo, ci stringiamo tutti le mani in attesa di ascoltarla…

Incubo paterno

“Tesoro…”.
“Eh”.
“Mi chiedevo…”.
“Che c’è papà?” (sbuffando)
“Ti va una partita a tennis?”.
“Mmh… quando?” (roteando gli occhi al cielo con aria da cheppalle).
“Pensavo a domani pomeriggio, verso le quattro” (speranzoso).
“Mhh no, domani alle quattro sono da Lolly per la puntata finale di ‘Uomini, donne e trans’. Non me la vorrai far perdere, vero?”.
“No, certo, certo. E più sul tardi?” (faccia granitica come se le terribili parole gli fossero scivolate addosso).
“Alle sette andiamo con Lolly e Bibi a Cinecittà a fare la posta a quelli della Casa”.
“La Casa…?”.
“La Casa del Grande Fratello” (paziente, come si spiegano le cose ai bambini).
“Ah” (questa non passa inoffensiva).
(scrolla le spalle come a dire, che ci devo fare).
“Allora magari domani?” (non si rassegna!).
“Domattina stiamo da Massimetto che manda il dvd del concerto della Pausini sul cinquanta pollici”.
“…pomeriggio…?”
“Pomeriggio c’è Maria!”
“Chi, quella tua amica…” (fingendo di ricordare antiche conversazioni)
“Papà!” (seccata) “Maria De Filippi!”.
“Aah” (l’asfalto sarebbe più espressivo).
“E la sera?”
(esita) “La sera io, Giovy e Lolly andiamo a Piazza del Popolo ché c’è la selezione delle Veline”.
“Oh. Anche lì andate a ‘fare la posta’”? (beata ingenuità)
“Ehm” (si morde un labbro e cerca con lo sguardo la mamma che nel frattempo ha intavolato un’interessante conversazione coi piatti da lavare)
(solleva un sopracciglio mentre la vena sulla fronte si gonfia)
“Sai, ne avevo parlato con la mamma” (improvvisamente dolce e conciliante)
“Parlato di che?” (controllato)
“Di questa selezione… sarebbe un’ottima occasione…”.
“Dimmi che non stai andando a fare la velina”.
“…che poi non sono mica da sola, siamo in tre e tutte molto mature. Io Giovy e Lolly…”
“Dimmi che non stai andando a fare la velina“. (nota isterica)
“…che poi magari viene fuori che ci nota un regista, magari facciamo un passaggio da Maria…”.
“la VELINA!”
“Mamma!”
BANG!
(Si sveglia tutto sudato. Si gira e la sente gemere nella culla. Sorride e si ristende, con un sospiro beato. “Vado io” sussurra alla forma indistinta che gli respira al fianco sotto le lenzuola. Sorride di nuovo. Sono le 3 di notte, e c’è ancora tanto tempo per cambiare le cose…).

Conversazioni difficili

“Papà, papà!”
“Dimmi tutto”.
“Senti, ma… se mi piacesse uno…”.
“…”
“Su, non mi guardare così! sono ancora piccola”.
“Appunto”.
“Però diciamo che mi piace uno”.
“Vabbe’. Allora?”
“Uff, se la prendi così vado da mamma”.
“…Hai tutta la mia attenzione”.
“Era ora. Mi piace uno, diciamo che si chiama Augusto”.
“…un bambino di otto anni che si chiama Augusto?”
“Mamma…!”
“Su su, scherzavo. Insomma, questo Augusto…”
“Allora, ci ho parlato un po’”.
“Bene…?”.
“…e non sono d’accordo su niente di quello che dice”.
“Ah. Per esempio?”
“Boh. I film che gli piacciono. Come parla della maestra. Un po’ di tutto”.
“Ma allora perché ti piace?”
“Perché è bello!”
“…”
“Insomma, c’ho un dubbio”.
“Vai”.
“Se devo dirglielo o no”.
“Che la pensi diversamente da lui?”.
“Che dice cavolate”.
“Non si dicono queste parole”.
“Sì papà, sì…”.
“…”
“Allora?”
“Allora, certo che devi dirglielo. Magari con delicatezza, ma devi dirglielo”.
“Ma tutte le altre che gli stanno dietro dicono di sì a tutto, e fanno a gara per dargli ragione!”.
“Appunto. Distinguiti dalla massa e fagli capire che sei al suo livello”.
“Ma non mi hai sempre detto di tenermi le cose per me per non litigare?”.
“Uhm, solo se la persona che hai davanti non ti interessa”.
“…”
“Mi spiego meglio. Hai presente tua madre ed io?”
“E come non potrei”.
“Ci avrai visti… discutere, qualche volta”.
“Vorrai dire che qualche volta vi ho visti anche d’accordo”.
“Vabbe’, questione di equilibri. Comunque ti sarai chiesta come mai raramente uno dei due lascia andare”.
“Una o duemila volte. E ho solo otto anni e mezzo”.
“Ecco, il punto è proprio questo: se tieni ad una persona, ci tieni pure che abbia ben chiaro come la pensi tu. E’ una questione di rispetto, tra le altre cose. Sarebbe scarsa considerazione dargli, o darle, ragione solo per evitare una discussione”.
“…”
“Non ti ho convinta”.
“No”.
“Allora. Discutere con qualcuno significa che consideri quel qualcuno degno della tua attenzione, dei tuoi sforzi, dei tuoi pensieri. Ci sei?”.
“D’accordo”.
“Se invece reputi quel qualcuno uno stupido, non ci perdi nemmeno tempo a cercare di convincerlo delle tue idee. Chiaro?”
“Cavolate no e stupido sì?”
“…”
“Comunque adesso è chiaro”.
“Bene”.
“E se lui la prende male?”.
“Accettare le critiche, o comunque ascoltare le opinioni degli altri anche quando sono diverse dalle nostre, è sintomo di intelligenza”.
“E se non è intelligente?”.
“Dimmi che non vuoi stare con un idiota, ti prego… Va bene, scusa, idiota non si dice! A papà ogni tanto scappano”.
“Dai scherzo. Grazie, magari ti faccio anche sapere com’è andata”.
“Eh, magari…”
***
“Novità?”.
“Mah sai papà, ne ho parlato anche un po’ con la mamma”.
“…”
“Dice che è totalmente d’accordo con te…”.
“Davvero?”.
“…in un mondo ideale”.
“Ti pareva”.
“Dice che se mi presento così come dici tu probabilmente non mi parlerà più, perché è un bambino di otto anni e non un adulto”.
“…”
“E che quindi magari è meglio stargli un po’ intorno e fargli gli occhi dolci per ora”.
“Che intendi fare?”
“Papà, se non te la prendi troppo…”.
“Ma figurati”.
“Daii! Se non funziona come dice la mamma, giuro che provo la tua. Male che vada, avrò perso un po’ di tempo”.
“Ma certo, tesoro”.
“Eddai papà…”.

I gradi del tradimento

Come sempre, suonare con lei mi sfiancava. Spiritualmente, fisicamente, intellettualmente. Lei lo sapeva e nonostante questo teneva sempre per ultimi i pezzi più trascinanti. Una sorta di delizioso sadismo, da parte sua.
Non so se quegli incontri clandestini potessero definirsi come veri e propri tradimenti… So che mi sentivo in colpa, perché li tacevo alla donna che amavo. Anche se il tutto si consumava in un’ora serrata di duetti classici, durante i quali ad avvinghiarsi e compenetrarsi erano le nostre musiche. E forse le nostre menti?
Non è facile descrivere la complicità che si crea tra un violino ed un pianoforte, quella fitta trama intrecciata in cui due strumenti e i rispettivi esecutori si scambiano il canto ed il controcanto fino all’autodistruzione, godendo ognuno nel prevaricare ed essere prevaricati dall’altro. Troppo facile il paragone con l’atto sessuale, vero?
Silvia non era una virtuosa, non lo era mai stata, probabilmente per scelta. Tutto il suo essere era teso nell’espressività delle melodie che produceva. Se incappava in frasi troppo complicate perché le potesse rendere con la sensibilità che riteneva necessaria, le semplificava. Le riassumeva. Sorridevo ogni volta che me ne accorgevo, nel corso di un’esecuzione, e tutte le volte mi meravigliavo di come le sue invenzioni risultassero straordinariamente appropriate in sostituzione di quanto imposto dallo spartito.
Perché non ne ho mai parlato a Gabri? Sembrerò meschino quando affermo che almeno all’inizio era per il suo bene. Non è mai stata in grado di impedire che la gelosia prendesse il controllo del suo umore e dei suoi pensieri. Quando mi sono imbattuto in Silvia la prima volta, tanti anni dopo i tempi della scuola di musica, dalla mia sincerità con Gabri ho guadagnato solo una violenta lite serale su argomenti futili e due giorni di silenzi reciproci. Solo per avergliela nominata, ho notato l’inasprirsi della piega delle labbra. Quando le ho raccontato del periodo in cui suonavamo insieme alla scuola, è piombata nel silenzio. Poi mi ha detto quasi con innocenza, “Chissà quante cose avrete condiviso”. Ho nasato il tranello e ho chiuso il discorso con un’alzata di spalle. I trenta minuti successivi li ha trascorsi a cogliermi in fallo sistematicamente su qualunque azione o argomento che affrontassi, e il conflitto è stato inevitabile.
Affondai con violenza la scala per ottave che poneva fine al pezzo, mentre lei teneva all’infinito quel la-bemolle insidiosissimo senza un cedimento, una variazione nell’intensità, una vibrazione di troppo. Rallentai con esagerazione, di proposito, per vedere come se la cavava, lanciandole uno sguardo di sfida da sotto alle gocce di sudore che mi affollavano la fronte. Lei sorrise di rimando, formulò con le labbra un chiaro “b-a-s-t-a-r-d-o” e inaspettatamente si lanciò in un arpeggio in terzine discendenti, che andò a morire sul mio rallentando. Annuii soddisfatto e staccai le mani dalla tastiera. Non ero l’unico ad aver sudato, constatai con un certo compiacimento.

***

Mi capitò spesso di pensare a quanto quelle sedute di musica da camera avessero un effetto terapeutico sul mio spirito. Ben presto, anche al di fuori della sfera squisitamente musicale. “Sei passionale quando suoni” lei mi diceva spesso, ammiccando. Io rispondevo che in compenso nella vita quotidiana ero una pezza fredda. Lei replicava, “Chissà!”, continuando il gioco. Mi piaceva fare il finto tonto, in questi casi, per costringerla a spingersi oltre. Lo consideravo un divertimento innocente, e speravo che tale fosse per lei – anche se non potevo evitarmi di fantasticare sugli “E se invece…”. Silvia aveva un piacevole volto da folletto, e una grazia tutta femminile nel muoversi, pur non essendo propriamente “bella”. E mentre violentava – in senso buono – il violino con l’archetto, acquisiva una luce speciale negli occhi, una sorta di “provate a fermarmi!” che adoravo. Tuttavia, una volta finita l’oretta settimanale, archiviavo quelle elucubrazioni platoniche come innocenti divagazioni e non le rispolveravo fino all’occasione successiva.
Gabri notò che avevo ripreso a esercitarmi nella tecnica, piuttosto che suonare senza scopo come tutte le sere fino a poco tempo prima. Non so se fu l’acume o la gelosia, o un cocktail letale dei due, a suggerirle che questo particolare doveva essere collegato al mio recente incontro con la “vecchia amica”. Così quando mi chiese con un tono che più neutro non si poteva “L’hai più vista poi, quella Silvia?” sentii i brividi scuotermi violentemente collo e schiena, e non fu piacevole. Non sono uno abituato a nascondere le cose. Vado in panico. Dico spropositi. E averne coscienza, ovviamente, peggiora il tutto. Come ogni scarso mentitore, inoltre, preferisco tacere le cose piuttosto che doverle coprire con una balla “esplicita”.
Ignorai il colore violaceo che dalle orecchie mi invadeva la pelle del viso, e senza smettere di lavare i piatti cercai di prendere tempo. “Chi?”. Suonai goffamente falso lontano un miglio a me, figuriamoci a lei. “La violinista” insistette lei, col suo implacabile tono di ghigliottina. “Ah, Silvia. Sì, un paio di volte. Sai, per qualche mese lavorerà vicino al mio ufficio, te l’avevo detto”. Sapevo che si sarebbe inalberata, speravo lo facesse. Per distoglierla dal mio imbarazzo e da questioni più “serie”. Mi vergognai come un ladro del sollievo che provai nel sentirle dire “E che aspettavi per farmelo sapere?”, già tremante di rabbia. Me la cavai con una bruttissima serata e una giornata intera, la seguente, a brutto muso.
Il giovedì successivo incontrai di nuovo Silvia, nel suo monolocale. Quando mi vide arrivare senza spartiti capì che qualcosa non andava, o forse dovette essere la mia faccia. “Gabriella” mi fa. Io annuisco, e aggiungo che dobbiamo finirla lì. Lei fa una smorfia, “Ma possibile che dobbiamo vederci in segreto come se fossimo amanti?” e io – ebbene sì – ci rimango male. Non mi aspettavo che me lo escludesse così, a priori. Cioè, sapevo benissimo che non lo eravamo, però… Pensare che potenzialmente avremmo potuto esserlo… Lei alza un sopracciglio come se mi leggesse dentro, come quando anticipa i miei cambi di ritmo. Agita l’archetto come se fosse uno stocco, me lo punta sul petto: “Ascolta, non voglio crearti problemi con lei. Però siamo tutti e tre adulti. Dille che da giovedì prossimo ci vedremo per suonare, e se vuole venire a sentirci. Se necessario invito pure una mia amica… amico, d’accordo” si corregge roteando gli occhi al mio sguardo terrorizzato. Io comincio a grattarmi la testa, alla ricerca di un modo gentile di dirle che non basterebbe, che non c’è altra soluzione che smetterla qui. “Non stiamo facendo nulla di male” insiste, e ancora una volta sento un moto di delusione salirmi dalle viscere. Come se fossi stato ingannato, se tutte le mie mezze sensazioni di tradimento fossero un viaggio privato e non condiviso, e per questo finissero relegate ad un livello di importanza minore. “Ora siediti su quello sgabello” mi indica perentoria, e io eseguo. Allungo le mani sulla tastiera.
Poi si mette a cavalcioni su di me, mi circonda con le sue braccia sottili e mi bacia. Non mi sogno nemmeno per un momento di respingerla, anzi l’abbraccio a mia volta e assecondo il suo movimento quando mi imprigiona nella gabbia delle sue gambe. Ci ho fantasticato su tante di quelle volte che non ho bisogno di ripetermi che è sbagliato, che sto facendo una cazzata, che il punto di non ritorno è lì a due passi, che per come sono fatto io non riuscirò più a guardare Gabri in faccia. So già tutto. L’euforia, l’eccitazione, la sorpresa incoronano la mia consapevole auto-condanna. E il naufragar m’è dolce… beh, lo sapete.

Cielo, il mio quasi-marito

Che gli dico? Che gli dico?
Paolo, sotto il letto! No… meglio sul balcone. E il letto sfatto? e io che non dovrei nemmeno essere qui? e i due calici di champagne sul tavolino? Cribbio, sembra la fiera dei clichè. Sono riuscita a riempire casa di tutti gli stereotipi di prova-schiacciante-di-adulterio che esistano.
Ma poi, lui, tornare così all’improvviso…! Due settimane a Londra sono due settimane a Londra, non è leale tornarsene così dopo metà del tempo. Cazzo. L’ascensore è rotto, cinque piani di scale da fare, almeno dieci minuti con la pancia che si ritrova. Vèstiti, santoddio, ancora così stai? Vèstiti e vai giù per le scale, e cerca di sembrare normale… Dio, sei tutto sudato! Pure il rossetto sulla camicia hai – un altro clichè! No, lèvatela, solo la maglietta. Oddio, e se lo incrociassi troppo tardi? Se ti vedesse scendere da questo pianerottolo? No, no. La finestra. Me ne frego che hai le vertigini. Oddio, finalmente l’avevo convinto a sposarmi… Cinque anni ci ho messo! E adesso che sono così vicina… E meno male, meno male che ho ripreso a fumare e l’ho visto dalla finestra. Speriamo che non abbia alzato la testa, dio, pure il baby-doll rosso mi sono messa. Ancora qui sei? Mi vuoi morta? Te ne devi andare. No, ma quale persona ragionevole, tu non lo conosci Roberto, già lo so come andrebbe! Ci guarderebbe un minuto in silenzio, lasciandoci lì a berciare patetici tentativi di giustificazione, poi girerebbe sui tacchi e se ne andrebbe. Manderebbe Andrea a recuperare le sue cose, e non lo vedrei più. Lui queste cose non le concepisce. Non perdona. Io, d’altronde, sto sempre sola… Mettiti quelle fottute scarpe! te le devo allacciare io? Che cosa? Io con te? Ha-ha, sei simpatico. Si era detto solo sesso, no? E poi dovrebbero essere le donne quelle che si affezionano dopo due scopate. Dio, che faccia fai? Oh no no, non ti ci mettere pure tu adesso sai? Gli innamoramenti lasciali a tua figlia che ha diciott’anni e se lo può permettere. Tu sei grande, sposato e con famiglia e ti puoi concedere solo qualche trombatina con le colleghe d’ufficio. Sì, e con me, va bene. Oddio, mancheranno cinque minuti, non di più… dove ti metto? Dove ti metto?
L’armadio. Apri l’armadio ed entraci. Che significa, non c’è posto? No, quelle sono le scatole del cambio di stagione di Roberto, non ci provare nemmeno a spostarle. Dopo tutta la fatica che ho fatto per fargliele mettere via! Oddio, hai sentito? Quel rumore sulle scale, è lui… è già qui! No, no, era la porta dell’interno dodici. Ah! nascondi quella roba di gomma, presto. Sì, nel mio cassetto, insieme alle manette. Paolo, ti devi togliere di mezzo. Subito. Non posso rischiare che vada tutto a rotoli per colpa tua. L’anno prossimo ci sposiamo. E’ il sogno della mia vita… Insomma, smettila con queste storie! Va bene, va bene, ho capito. Ci penso io. Vado un momento in cucina, tu aspetta qui. Anzi, tira giù quella valigia grande dall’armadio. Sì, quella rossa. Torno subito.
Bravo, adesso aprila. Devi sganciare tutte e quattro le fibbie. E ora entraci dentro. Non mi guardare come se fossi matta, entraci e basta! Anzi ti aiuto io, guarda… No no no, non andrai da nessuna parte. Vieni qua…
Da bravo. Dentro. Quello non entra? E lo tagliamo. Questo pure. Tagliamo anche qui. Zac. Aveva ragione Roberto a dire che la mannaia in casa serve sempre. Vediamo se si chiude… Uff. Bene così. Oddio, che casino! Sembra il bancone del macellaio. Povera me, adesso mi ritrovo pure una valigia con dentro l’amante fatto a pezzi. L’ennesimo cliché… Cielo, ecco Roberto! Ho due minuti per far sparire tutto.

« Voci più vecchie